martedì 14 maggio 2013
giovedì 18 aprile 2013
EZIOLOGIA DELL'AMORE E SVILUPPO DEL SE'
La capacità di costruire relazioni affettive nutrienti è alla base dello sviluppo individuale e del benessere psicofisico. Nella teoria del Sé elaborata da Heinz Kohut vengono evidenziati gli elementi evolutivi dello sviluppo della personalità, e tra questi, viene illustrato il narcisismo sano e costruttivo. Infatti, Kohut ritiene che per compiersi lo sviluppo del Sé individuale, si debba passare dal Sé nucleare e successivamente arrivare ad un Sé coesivo adulto.
In questo processo il narcisismo svolge una funzione necessaria e strutturante per la crescita e la maturazione affettiva. Kohut individua un narcisismo fisiologico, vissuto dal bambino attraverso la fase di grandiosità ed onnipotenza, che successivamente, nell’interazione con le figure di riferimento, si sviluppa in narcisismo sano e costruttivo che si esprime in autostima ed aspirazioni, laddove l’interazione adulto/bambino è corrispondente ai bisogni di crescita e di riconoscimento empatico.
Il narcisismo è quindi una dimensione primaria della vita psichica, e soprattutto, della vita emotivo-affettiva di relazione. Si esprime come elemento presente sin dalla nascita e caratterizza quello che Kohut chiama Sé nucleare.
Il narcisismo primario reca in sé le caratteristiche di grandiosità, onnipotenza, invulnerabilità. Tali aspetti, tipici della vita infantile, non scompaiono con lo sviluppo e tendono a riemergere nella vita adulta in situazioni – nei rapporti affettivi – che riattivano queste dimensioni arcaiche.
Lo sviluppo del Sé è attivato attraverso il supporto delle figure parentali, nello scambio individuo/ambiente e si attua nel mutevole equilibrio piacere/dispiacere che riconduce il bambino, dalla dimensione di onnipotenza, al principio di realtà.
Nella vita adulta, l’evoluzione narcisistica si concretizza nel dominare e relativizzare queste caratteristiche primarie della vita relazione, in modo flessibile ed aderente ai bisogni intersoggettivi, per poterne recuperare gli aspetti necessari nelle fasi di regressione reversibile, quali possono essere il senso di appartenenza e di esclusività, come esperienze vissute all’interno della relazione amorosa.
In tal senso, il narcisismo sano e costruttivo - ovvero l’amore di sé, l’autostima, la fiducia in sé stessi – sono fattori indispensabili nei rapporti affettivi maturi e sono i prerequisiti dell’amore, piuttosto che una loro conseguenza! Inoltre, questi fattori presenti nell’individuo adulto come espressione di una raggiunta maturità soggettiva, si alimentano ed aumentano esponenzialmente nella relazione amorosa: un individuo che ama appassionatamente sente crescere la propria autostima poiché l’intensità emozionale gli fa percepire ed affermare se stesso.
Questa esperienza necessita di un sé coeso che può essere solo rafforzato dall’amore, infatti, ogni esperienza intensa può solo intensificare il senso del sé.
Angela Tosoni
Riferimenti bibliografici:
Carotenuto A. (1991) Trattato di psicologia della personalità. Raffaello Cortina Editore, Milano.
Kohut, H. (1982) La ricerca del Sé. Boringhieri, Torino.
venerdì 5 aprile 2013
MI AMI? MA QUANTO MI AMI?
La dipendenza affettiva inizia quando manca la capacità di vivere il rapporto di coppia come alternanza tra momenti di separatezza e momenti di fusionalità, quando all’altro si richiede un costante ruolo protettivo, una costante dedizione o “impegno”, quando l’amore non è più fonte di arricchimento, ma compensazione di qualcosa che supplisce il senso di vuoto. Accade così che la paura di perdere l'altro e i bisogni eccessivi di protezione e rassicurazione hanno come conseguenza una sorta di vincolo: il rapporto non più un incontro tra due anime, ma diventa una gabbia affettiva, una limitazione reciproca, dove le dinamiche comportamentali, sono determinate da fasi disfunzionali, dove la relazione si trasforma da nutrimento in tormento.
Le fasi in atto nella dipendenza affettiva:
Chi soffre di dipendenza affettiva tende a sviluppare relazioni con persone che soddisfano i bisogni di cura e protezione, vivendo, solitamente, delle fasi, ossia dei veri e propri circoli viziosi all’interno della coppia, che di solito servono a perpetuare e rinforzare le difficoltà della relazione.
Nella dipendenza sentimentale si osservano tre fasi interpersonali che possono svilupparsi nella relazione di coppia:
La fase dell'idealizzazione/compiacenza: in cui il partner viene idealizzato, soddisfatto, e i suoi bisogni vengono visti come prioritari, al fine di ricevere in cambio attenzioni. Se questa aspettativa viene soddisfatta, almeno inizialmente, l’altro si sente gratificato, risponde alle attenzioni dandone a sua volta e adotta il ruolo di guida. Il soggetto dipendente, conseguentemente, sviluppa senso di realizzazione. Al contrario, nel caso in cui l’altro non dia l’attenzione desiderata, il soggetto entra in uno stato di paura, minaccia e ansia di essere abbandonato.
Chi soffre di dipendenza affettiva tende a fare propri gli scopi e gli obiettivi altrui, per dare significato e senso alla propria esperienza: gli altri sono idealizzati e investiti di potere, del ruolo di guida, il loro punto di vista è assunto come prioritario. Quando le scelte altrui sono incompatibili con i propri scopi personali, il dipendente affettivo inizia a sentire un senso di inadeguatezza di costrizione, al quale reagisce con sofferenza emotiva, nella quale possono emergere di sentimenti di rabbia, ai quali si innescano rapidamente i sensi di colpa, una forte autocritica, la paura di abbandono e di punizione che lo spingono ad attuare strategie riparative per mantenere salda la relazione.
Diversamente, se l’altro reagisce in maniera distaccata o esercita il proprio ruolo di potere, si sviluppa una fase di abnegazione.
La fase masochista: si innesca a seguito delle continue attenzioni che il dipendente affettivo riversa sull’altro, che, sentendosi oppresso dalle eccessive richieste tenta sottrarsi dalla relazione. Il comportamento del dipendente, allora, si trasforma da compiacente a sottomesso, nel tentativo disperato di piacere a tutti i costi. “Sono disposto a fare tutto per te!” sembra dire il dipendente, alimentando così nell’altro l’idea che può continuare ad esercitare il suo potere richiedente.
Quando, però, la relazione si basa esclusivamente sul dominio e sul potere si perde il senso del rapporto, si vive nella sensazione di non avere valore per l'altro, ci si sente vulnerabili, vittime del controllo che l'altro esercita facendo leva sui punti deboli (ovvero sui sentimenti di paura e di abbandono) del love addicted. Vivendo nel timore della rottura della relazione e sperimentando il senso d'abbandono, l’individuo dipendente attua una strategia di abnegazione, replicando i comportamenti sottomessi, che lo imprigionano all'interno di un paradosso: rinforzare il potere dell'altro.
Questa fase è caratterizzata dall’incapacità di integrare i vari momenti della relazione e di identificare l’immagine dell’altro come distaccato e distante, l’oggetto d'amore è visto come oggetto irraggiungibile, come unico tramite possibile con il quale poter vivere l'ebbrezza e la felicità amorosa, la rievocazione dei momenti felici trascorsi insieme diventano pensiero ricorrente. Non si è in grado, quindi, di vedere l'indifferenza dell'altro come comportamento finalizzato a mantenere il potere ed il controllo, al contrario, questi atteggiamenti sono giustificati, perchè li si attribbuisce ad una propria condotta esagerata o inadeguata.
La fase confusionale: si realizza quando si ha una scarsa capacità di gestione della relazione e il bisogno continuo e costante di consigli e rassicurazioni. Il partner è spesso coinvolto in rituali di rassicurazione, ciò fa sì che la risposta affettiva sia discontinua, oscillando tra la dimostrazione di affetto, da una parte, e il tentativo di distanziarsi e allontanarsi dalle pressanti richieste, dall’altra.
Ovviamente, questo atteggiamento non facilita, nel soggetto dipendente, la costruzione di una fiducia in se stesso e nel rapporto, al contrario, il comportamento dell'altro è visto come imprevedibili e ambivalente, il che non fa che aumentare la paura d'abbandono e la richiesta di ulteriori rassicurazioni, rafforzando così una dinamica disfunzionale.
Angela Tosoni
lunedì 18 febbraio 2013
LOVE SICKNESS E CURA DI SE'
La relazione, quando diventa “tossica”, quando rende ossessionati dall’altro al punto di perdere interesse per se stessi, non è più amore: diventa dipendenza!
Dall’iniziale sentimento d’amore, dove il cuore batte forte e si vivono intense emozioni, si passa alla paura dell’abbandono, costante e reiterata, alla sofferenza, allo smarrimento se l’altro non c’è. E allora dell’amore non rimane che un ricordo vagheggiato, un anelito al quale aspirare con struggente desiderio, certi che “così come io ti vorrei… non ti avrò mai!”
Alcune relazioni, quelle dipendenti, sono dannose, nocive, sono, appunto, espressione di un disagio, di un amore che, invece che far star bene, fa stare male!
Alcune dipendenze, nella nostra cultura, sono ormai codificate come patologia, la dipendenza da sostanze, da alcol, da gioco, altre sono dipendenze sommerse, di cui poco si parla, e tuttavia non sono certo meno dilaganti ed invalidanti. Tra le dipendenze, la dipendenza affettiva resta quella più silente, non da effetti collaterali eclatanti, non ha un eco sociale molto forte, se non nella mente di chi ne è posseduto. Il copione segue uno schema preciso che non è quello della reciprocità: uno insegue e l’altro fugge! E così l’altro diventa qualcuno da inseguire, da convincere, da capire, da controllare, da carpire, da possedere eccetera eccetera.
Si innesca una lotta senza fine, poiché in queste storie dannose non c’è libertà, non c’è rispetto, non c’è amore. C’è bisongo, c’è lotta per il potere, a volte c’è violenza. C’è fame dell’altro, una fame che divora e fagocita, dove l’altro viene vampirizzato e introiettato, ma mai visto per quello che realmente è.
Come da qualsiasi dipendenza! Rimettendo se stessi al centro, se stessi e la cura di sé! Ricostruendo la propria autostima ed imparare ad esistere per se stessi, riempire la propria esistenza con l’amore e la cura di sé! Soddisfacendo i propri bisogni, assumendosi la responsabilità di accudirsi. E’ un cammino lungo, fatto di sentieri tortuosi e ricadute, tuttavia è la strada per prendersi cura del nostro bambino interiore, per imparare a contenersi. Questo scopo è più condivisibile e più raggiungibile in un gruppo di auto aiuto, dove la condivisione dell’esperienza permette ai singoli di sostenersi di incontrarsi su una base comune di emotività condivisa. In un gruppo di auto aiuto si può imparare a stare bene con se stessi, sentirsi completi, esseri armoniosi e creativi, amandosi ed accettandosi pienamente per ciò che si è e si può essere.
Angela Tosoni
Angela Tosoni
venerdì 7 settembre 2012
DIPENDENZA AFFETTIVA E BISOGNI PRIMARI
Cos’è il bisogno? In psicologia il bisogno è la mancanza totale o parziale degli elementi che costituiscono il benessere della persona. E’ una tensione imperativa dovuta a qualcosa che manca, ad uno squilibrio dell’organismo che determina una privazione e come tali i bisogni possono essere considerati delle spinte motivazionali ad agire, come se una forza ci spinge alla ricerca di una risposta soddisfacente. Il bisogno viene definito primario quando è impellente e deriva da sollecitazioni organiche che sono radicali, estreme e necessarie a ristabilire un equilibrio fisiologico; ad esempio la fame, la sete, il sonno: tutti noi abbiamo esperienza della spinta motivazionale che ci porta ad attuare un comportamento, alla ricerca del benessere psicofisico. Negli anni 50 Abraham Maslow, ha definito una gerarchia dei bisogni. Alla base di questa piramide Maslow ha collocato i bisogni fondamentali dell’individuo, legati cioè alla sopravvivenza, definendoli bisogni primari: ed allora vediamo che al primo posto ritroviamo i bisogni fisiologi. Immediatamente dopo, sempre tra i bisogni primari, troviamo i bisogni di sicurezza, di affiliazione, di accudimento, di attaccamento, di protezione. Questi bisogni sono considerati degli step, dei gradini, e cioè non si può soddisfare un bisogno superiore nella scala gerarchica se non si è soddisfatto un bisogno immediatamente precedente. Infatti la piramide definisce i bisogni partendo da quelli primari che si esplicitano sin dai primi giorni della vita del bambino per arrivare via via a bisogni più articolati e complessi che caratterizzano la vita dell’adulto.
Ora, perché parliamo di bisogni in relazione alla dipendenza affettiva?Perché le nostre relazioni, le relazioni umane, non solo la relazione col partner, anche le relazioni con i nostri familiari, i nostri amici, persino quelle con i nostri colleghi, tutte le relazioni che sono per noi significative soddisfano dei bisogni fondamentali: quando costruiamo una relazione di tipo significativo, lo facciamo per soddisfare il nostro bisogno di sicurezza, di affiliazione, di attaccamento, di protezione, di appartenenza.
Quante volte, nei momenti difficili che ci ritroviamo a vivere, ci è di conforto la parola di un amico che ci comprende e ci supporta? O ancora, quanto ci fa sentire meglio la condivisione di un’esperienza, bella o brutta che sia, se accanto a noi c’è qualcuno che ci piace, che ci sta vicino, che ci ama, che ci capisce? E quanto ci gratifica l’approvazione, l’incoraggiamento o anche la sola idea di piacere a qualcuno che per noi conta! Per dirla in breve, l’uomo è un animale sociale e tutto nella sua esistenza si compie attraverso la relazione con l’altro. Non si può non stare in relazione.
Quindi quando parliamo di relazioni affettive parliamo di soddisfazione di bisogni fondamentali per l’individuo. Ogni volta che instauriamo una relazione affettiva ci dovremmo chiedere: quale mio bisogno soddisfa questa relazione? Ovviamente, ciò che a noi interessa, per affrontare il tema della dipendenza affettiva, non è una relazione qualsiasi, il nostro focus, il nostro oggetto di attenzione è la relazione per eccellenza e cioè la relazione amorosa. Possiamo considerare la relazione amorosa come fonte di nutrimento per il nostro bisogno di sicurezza e di appartenenza, essere con l’altro, con la persona che amiamo, ci fa sentire realizzati; sentirci legati in una relazione privilegiata con qualcuno che ci piace è qualcosa di altamente gratificante e soddisfacente. La relazione amorosa quindi, soddisfa il nostro bisogno di appartenenza in quanto nell’altro ci riconosciamo, ci ritroviamo, e allo stesso tempo la relazione amorosa soddisfa il nostro bisogno di trascendenza, il bisogno di esistere per l’altro e non solo per se stessi. Nell’altro ci si ritrova e si raggiunge una completezza attraverso un equilibrio di dare e avere.
Parliamo di dipendenza affettiva quando quell’equilibrio di dare e avere che caratterizza le relazioni di coppia si altera. Secondo alcuni autori la dipendenza affettiva è una difficoltà relazionale che interessa al 90% le donne, ma sembrerebbe in crescente aumento anche tra gli uomini. Chi soffre di dipendenza affettiva, sia esso uomo o donna, tende a ricercare nella relazione amorosa uno stato fusionale con il partner, il dipendente affettivo ha un’eccessiva necessità di simbiosi nei confronti della persona amata, non solo, il partner, la persona amata diventa così prioritario su tutto che si è pronti a sacrificare ogni cosa: interessi personali, desideri, aspettative, ambizioni professionali, crescita personale. Il dipendente affettivo vive nei confronti della persona amata in una condizione pervasiva ed eccessiva di necessità di essere accudito, riconosciuto, amato, considerato, come se l’altro fosse vitale, necessario al proprio essere. E siccome l’altro è vissuto come necessità imprescindibile, tutto il resto passa in secondo piano. Vengono meno tutte quelle funzioni dell’io che determinano la percezione di se stessi come esseri autosufficienti, quali la propria autonomia, la propria autostima, il rispetto di se stessi.
In sostanza, il dipendente affettivo rinuncia a sé, ai propri bisogni in favore dei bisogni dell’altro, ed ecco perché nell’occuparci di dipendenza affettiva è opportuno farlo partendo proprio dai bisogni. Il dipendente affettivo è disposto a rinuncia ai propri bisogni e alle proprie necessità pur di mantenere in essere la relazione, anche quando la relazione non è più gratificante, anche quando la relazione ha un costo molto alto.
A questo punto, la domanda che ci dobbiamo rivolgere è: perché si arriva a rinunciare a se stessi pur di non perdere l’altro? Spesso, dietro una relazione disfunzionale di tipo dipendente soggiacciono delle nostre paure nascoste, che sono direttamente collegate a quei bisogni di sicurezza e protezione di cui abbiamo parlato. La paura dell’abbandono, della separazione, della solitudine. Queste paure sono paure di natura antica, sono le paure esistenziali che hanno da sempre caratterizzato l’essere al mondo dell’uomo. Queste paure sono la “cifra” del nostro essere “umani”, ci danno la dimensione e i limiti della nostra umanità. Ci ricollegano con la nostra venuta al mondo, con l’essere riconosciuti e accettati come individui, con l’essere amati e accettati per ciò che siamo.
Le paure antiche si ricollegano alla prima infanzia, al rapporto simbiotico che nei primi mesi di vita il bambino sviluppa con la madre, infatti i primi mesi di vita sono fondamentali per lo sviluppo psicologico dell’individuo: è in questo periodo che si sviluppa uno stile di attaccamento che sarà alla base (cosidetto “effetto base sicura”) della futura capacità di essere in relazione. E’ da questa base che si parte per avviarsi nella vita di relazione con il mondo, in un viaggio che si snoda dall’io indifferenziato del neonato, all’io identificato dell’adulto capace di entrare in relazione con l’altro, attraverso un processo di identificazione che si realizza salendo via via nella scala dei bisogni individuali delineati da Maslow.
Nella sofferenza sperimentata dal dipendente affettivo, nella rinuncia di sé che si vive come dipendenti, si ritorna ad uno stato simbiotico, ad un bisogno, come abbiamo detto precedentemente di tipo fusionale, uno stato dove viene meno l’autonomia individuale, costruita attraverso la crescita e lo sviluppo personale. E’ per questo che il focus dell’attenzione è sui bisogni, proprio perché solo prendendo coscienza della radice “genetica” dei bisogni individuali, dello sviluppo psicologico, dello stile di attaccamento possiamo occuparci del nostro benessere e del benessere delle nostre relazioni. Solo riconoscendoli possiamo occuparci dei nostri bisogni, se non li riconosciamo o peggio ancora li neghiamo, non possiamo occuparcene in modo sano né tanto meno dare ad essi una risposta.
Angela Tosoni
Bibliografia:
Maslow A. H. (1962), Verso una psicologia dell’essere. Astrolabio, Roma
domenica 29 luglio 2012
PICCOLI MIRACOLI CHE AVVENGONO IN GRUPPO...
care amiche del gruppo di san giovanni, visto che non ci vedremo in agosto condivido con voi una piccola chicca: io, dipendente affettiva, che scrivo in data odierna ad una persona spiegandogli che "nella vita le persone vanno e vengono e bisogna lasciarle andare se serve, e conservare i ricordi che in ogni caso ci hanno arricchito di esperienza" no vabbè è un passo troppo avanti!! so che capirete per questo condivido :) abbracci a presto!
GRAZIE DELLA CONDIVISIONE E BUONE VACANZE A TE!!!
Angela
Gruppo Organizzativo
G.A.D.A.
giovedì 19 luglio 2012
UN QUADRO DELLA DIPENDENZA AFFETTIVA
"La dipendenza affettiva è un quadro psicopatologico in cui il “rapporto d’amore” è vissuto come condizione stessa della propria esistenza. Gli individui affetti da dipendenza affettiva vedono nell’altro la fonte di ogni benessere e, pur di mantenere e non rischiare di perdere l’oggetto amato sono disposti a sacrificare qualsiasi bisogno o desiderio personale fino al punto di annullare il proprio Sé. L’importanza attribuita all’oggetto d’amore spinge il dipendente affettivo a preservare il rapporto "sentimentale" a tutti costi fino ad assumere un atteggiamento di assoluta “dedizione” adoperandosi affinché i bisogni e i desideri dell’altro vengano soddisfatti.
Questo atteggiamento è spiegato dal fatto che nella dipendenza affettiva la persona vive costantemente nell'ansia di poter perdere la persona amata, evento considerato insopportabile e inconciliabile con il prosieguo della propria vita. Si parla appunto di dipendenza affettiva ( o dipendenza affettive) per sottolineare il fatto che, proprio come per le dipendenze da sostanze ( ad es., droga o alcol), il soggetto non può rinunciare, pena “la crisi d’astinenza”, all’oggetto amato ma anzi, con il passare del tempo, richiede “dosi” di presenza o vicinanza sempre maggiori.
Secondo Giddens, la dipendenza affettiva presenta le seguenti caratteristiche:
L'Ebbrezza. Ovvero, il soggetto dipendente tende a star bene solo quando è in presenza della persona amata;
La Dose. Il dipendente affettivo tende ad aumentare le “dosi” di presenza/vicinanza della persona amata;
La Perdita dell’Io. Il dipendente aspira ad uno stato di “fusione” con l’amato che può compromettere le capacità critiche e l’esame di realtà della persona.
Da queste caratteristiche si evince una grande differenza tra l’amore sano e la dipendenza affettiva: nell’amore sano il desiderio di fusione con l’altro, l’idealizzazione, il desiderio di stare continuamente con la persona amata, l’ansia di separazione, l’"ossessione" per l’altro, le manifestazioni somatiche (batticuore, rossore, eccitazione) sono normali nella prima fase, ovvero nell’innamoramento, e tendono con il tempo a ridursi d’intensità fino ad essere sostituiti da forme più “mature” e reciproche di manifestazioni affettive come il rispetto, la stima, il volere il bene dell’altro; in altre parole, nell’amore sano i partner, citando Bowlby, assumono il ruolo di “base sicura” in cui entrambi, nella piena autonomia, possono rifornirsi di affetto e sicurezza.
Nella dipendenza affettiva questo percorso non viene completato tanto che l’individuo vive un perenne desiderio di fusione con l’altro; accanto a questo aspetto centrale si possono osservare altre caratteriste tipiche dell’amore dipendente:
E’ ossessivo. Il “dipendente affettivo” è ossessionato dall’idea del partner e dal timore che egli lo possa abbandonare. Il partner diventa il “chiodo fisso” fino al punto di non riuscire a pensare ad altro (può trascurare la quotidianità, il lavoro, i figli ecc..).
Evita i rischi di cambiamento. L’individuo dipendente evita ad ogni costo il cambiamento poiché questo potrebbe mettere a rischio il “rapporto”, e considerando che il rischio è rappresentato dall’abbandono, rinuncia ad ogni interesse e crescita personale (spesso anche professionale) “sacrificandosi” per il bene dell’altro. La stagnazione del rapporto spesso sortisce gli effetti opposti di quelli sperati poiché l’amore per definizione è un processo dinamico che si nutre dei cambiamenti e della crescita personale.
Manca di vera intimità. Lo stato di continua tensione, l’ansia di poter perdere il partner, il terrore dell’abbandono, la possessività, paradossalmente impediscono al dipendente affettivo di vivere uno stato di vera intimità e genuinità con l’altro.
È parassitario. Il dipendente affettivo, proprio come un parassita che vive grazie al “nutrimento” del organismo che lo ospita, si mette nella condizione di dipendere dell’altro per sentirsi vivo; egli rinuncia alle proprie aspettative, interessi e bisogni e fa propri i bisogni e i desideri dell’altro come se si dicesse “se muore (ovvero mi abbandona) l’organismo che mi ospita muoio anch’io”.
Richiede l’assoluta devozione dell’amato. Al dipendente affettivo non basta pensare all’altro ma richiede continuamente, con il fine di rassicurarsi circa la stabilità del rapporto, continue prove d’amore. Questo atteggiamento con il tempo “stressa” il partner che, al fine di salvaguardare la propria autonomia, può “trascurare” gli infiniti bisogni di conferma del dipendente con il risultato che questi, non sentendosi rassicurato, aumenterà ancora di più le richieste di prove d’amore creando un circolo vizioso che si autoalimenta.
È manipolativo e Iperpossessivo. Come naturale conseguenza il dipendente affettivo esaspera, al fine di ottenere il bisogno di sicurezza emotiva di cui necessità, gli atteggiamenti di possessività e controllo cercando di “ spiare” non solo i comportamenti ma anche i pensieri del partner. Anche la manipolazione diventa una strategia funzionale al bisogno di sicurezza (i ricatti affettivi possono essere frequenti come pure gesti auto lesivi o minacce di suicidio).
Secondo, D. Miller ( 1994) la Dipendenza Affettiva colpisce nella stragrande maggioranza dei casi, superiore al 90%, donne di diverse fasce di età dalle più giovani alle donne mature. Queste donne vivono, come già descritto in precedenza, le relazioni amorose alla ricerca di uno stato di fusione con il partner per il quale sono disposte a sacrificare tutti i loro interessi personali, desideri, aspettative, crescita personale e professionale, fino al punto di annullare se stesse a vantaggio dell’altro. Le aspirazioni personali vengono “rinnegate” a favore di quelle del partner il cui “amore”, interesse, affetto e sicurezza affettiva vengono considerati di vitale importanza per la propria esistenza. Queste donne passano la loro vita a mendicare l’“affetto”del’altro che idealizzano come proiezione del proprio Sé a cui cercano di dare valore, per sopprimere i sentimenti di inadeguatezza, vuoto, ansia, impotenza,scarsa autostima, non amabilità che si trovano a fronteggiare.
La Dipendenza d’Amore trova le radici nell’infanzia di queste donne i cui bisogni d’amore, affetto ed accudimento sono stati frustrati; nella relazione con le figure significative il bambino impara, attraverso le cure e la sensibilità dell’altro, che egli “è una persona degna d’amore”, è questo sentimento, che in genere lo accompagna per tutta la vita, che nutre l’amor proprio e la fiducia verso se stessi e gli altri. Le donne che sviluppano la Dipendenza Affettiva non hanno introiettato questo sentimento ma, al contrario, si sono convinte “che i loro bisogni non contano” o che “ non sono degne di essere amate”.
Come sottolinea J.L. Herman (1992), molte di queste donne hanno una storia infantile di maltrattamenti fisici e psicologici, spesso sono state vittime di abusi sessuali o molestie, o comunque i loro bisogni sono stati negati o frustrati. Da adulte, queste donne tendono a negare i propri bisogni, presentano una bassa autostima e la loro identità appare labile (necessitando dell’altro per essere consolidata). In riferimento ai possibili traumi subiti (abusi sessuali o violenze fisiche e/o psicologiche) alcuni autori, come D. Miller, hanno ipotizzato un paragone tra Dipendenza Affettiva e Disturbo Post Traumatico da Stress che presenta un quadro sintomatologico caratterizzato da: dissociazione, panico, disturbi del sonno, irritabilità, perdita di concentrazione, flash back, istinto a fuggire ecc.
E’ molto probabile che nell’eziologia della Dipendenza Affettiva partecipano diverse concause: come lo stile di attaccamento e i modelli operativi interni che si sviluppano nell’infanzia e regolano lo stile e le caratteristiche con un cui una persona si relaziona agli altri (Sicuro, Evitante, ambivalente, Disorganizzato), l’influenza culturale che nel recente passato ha relegato le donne a ruoli subordinati e passivi, infine la nuova sociologia della famiglia che, rispetto alle famiglie tradizionali stabili e coese, presenta legami sempre più ambigui ed instabili".
Dr Gaspare Costa
http://www.attacchidipanico-ansia.it/attacchidipanico-ansia/dipendenzaaffettiva.htm
http://www.attacchidipanico-ansia.it/attacchidipanico-ansia/dipendenzaaffettiva.htm
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