Visualizzazione post con etichetta cura di sè. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cura di sè. Mostra tutti i post

lunedì 10 giugno 2013

CRESCERE IN RELAZIONE

La vita affettiva dell'adulto si sviluppa attraverso relazioni privilegiate, a forte connotazione emotiva, queste relazioni (ed in particolare la relazione amorosa) hanno una funzione nutritiva nell'evoluzione individuale. L'affettività nutriente, centrale allo sviluppo, determina la capacità di interagire con la realtà esterna, mettendo in atto quelle competenze relazionali che sono distintive dell'equilibrio esistenziale, quali l'autostima, la fiducia in se stessi, la possibilità di affermarsi.
Lo spazio del benessere soggettivo si snoda in un continuo scambio relazionale dove l'incontro con l'altro è intersoggettività, ovvero possibilità di mutuo arricchimento che favorisce l'evoluzione.

La relazione privilegiata, così come la relazione amorosa, si realizza in un continuum di DIPENDENZA e DIFFERENZIAZIONE, dando luogo a quelle caratteristiche di incertezza tipiche dello scambio con l'altro. Il concetto di differenziazione dell'"io" rispetto al "noi" è centrale nell'equilibrio della coppia e si connota come "delimitatore" dello spazio personale, rispetto all'eccessiva fusione presente nelle dinamiche intersoggettive della coppia stessa.

La differenziazione è spesso temuta, soprattutto dai soggetti affettivamente dipendenti, come possibile forza distruttiva che espone al rischio di abbandono. La paura dell'abbandono è un rischio costante a cui si è esposti nella vita di relazione, spesso è una condizione ed una percezione soggettiva e come esperienza esistenziale presente nella vita dell'adulto, rende vulnerabili ed esposti alla sofferenza (Winnicott, 1974).

L'esperienza di sofferenza correlata al senso di abbandono è necessaria alla crescita evolutiva: il bambino per evolvere in modo sano, si separa dalla simbiosi materna, se così non fosse ne resterebbe soffocato! Allo stesso modo, l'esperienza di abbandono nell'età adulta, permette di sviluppare il concetto di solitudine esistenziale, superando l'illusione del "per sempre". La solitudine interiore, quello stato particolare di "essere con se stessi", non può essere trasmesso all'esterno, nemmeno nel più intimo dei rapporti affettivi.

La solitudine esistenziale, esperita come condizione umana, più che come "senso d'abbandono" rappresenta una conquista, cioè la capacità di "essere per se stessi", di "bastare a se stessi", solo raggiungendo tale conquista, si può sciogliere il giogo del legame che impedisce l'autonomia emotiva. Solo bastando a se stessi, si realizza l'esperienza interiore di autocontenimento, di prendersi cura di sé, presupposto fondamentale che consente di superare il rischio dello stress emotivo che si vive nelle relazioni disfunzionali.

Nell'esperienza di autocontenimento vi è un maggiore benessere individuale e, conseguentemente, una migliore capacità d'interagire con l'altro, attuando quelle modalità flessibili che permettono di essere "con" l'altro e "per" l'altro tanto quanto "con" e "per" se stessi, in un divenire costante che regola la nostra esperienza intersoggettiva con il mondo.

Angela Tosoni

Riferimenti bibliografici:

Winnicott, D. (1974) Sviluppo affettivo e ambiente: studi sulla teoria dello sviluppo affettivo. Armando, Roma.

lunedì 18 febbraio 2013

LOVE SICKNESS E CURA DI SE'

 Nella dipendenza affettiva l’amore per l’altro, totalizzante e paralizzante,  impedisce al soggetto dipendente di percepirsi come unità separata dall’oggetto del proprio amore. L’altro, l’amato diventa il focus principale dei propri pensieri, delle attenzioni, ogni energia, ogni impulso vitale si concentra sull’oggetto d’amore senza soluzione di continuità. Questo stato di cose, caratteristico della condizione dipendente, oltre a far stare male, mette l’altro in fuga, lo rende refrattario proprio a causa dell’intenso focus di attenzioni che riceve.
La relazione, quando diventa “tossica”, quando rende ossessionati dall’altro al punto di perdere interesse per se stessi, non è più amore: diventa dipendenza!
Dall’iniziale sentimento d’amore, dove il cuore batte forte e si vivono intense emozioni, si passa alla paura dell’abbandono, costante e reiterata, alla sofferenza, allo smarrimento se l’altro non c’è. E allora dell’amore non rimane che un ricordo vagheggiato, un anelito al quale aspirare con struggente desiderio, certi che “così come io ti vorrei… non ti avrò mai!”
Alcune relazioni, quelle dipendenti, sono dannose, nocive, sono, appunto, espressione di un disagio, di un amore che, invece che far star bene, fa stare male!
Alcune dipendenze, nella nostra cultura, sono ormai codificate come patologia, la dipendenza da sostanze, da alcol, da gioco, altre sono dipendenze sommerse, di cui poco si parla, e tuttavia non sono certo meno dilaganti ed invalidanti. Tra le dipendenze, la dipendenza affettiva resta quella più silente, non da effetti collaterali eclatanti, non ha un eco sociale molto forte, se non nella mente di chi ne è posseduto. Il copione segue uno schema preciso che non è quello della reciprocità: uno insegue e l’altro fugge! E così l’altro diventa qualcuno da inseguire, da convincere, da capire, da controllare, da carpire, da possedere eccetera eccetera.
Si innesca una lotta senza fine, poiché in queste storie dannose non c’è libertà, non c’è rispetto, non c’è amore. C’è bisongo, c’è lotta per il potere, a volte c’è violenza. C’è fame dell’altro, una fame che divora e fagocita, dove l’altro viene vampirizzato e introiettato, ma mai visto per quello che realmente è.

Come se ne esce?
Come da qualsiasi dipendenza! Rimettendo se stessi al centro, se stessi e la cura di sé! Ricostruendo la propria autostima ed imparare ad esistere per se stessi, riempire la propria esistenza con l’amore e la cura di sé! Soddisfacendo i propri bisogni, assumendosi la responsabilità di accudirsi. E’ un cammino lungo, fatto di sentieri tortuosi e ricadute, tuttavia è la strada per prendersi cura del nostro bambino interiore, per imparare a contenersi. Questo scopo è più condivisibile e più raggiungibile in un gruppo di auto aiuto, dove la condivisione dell’esperienza permette ai singoli di sostenersi di incontrarsi su una base comune di emotività condivisa. In un gruppo di auto aiuto si può imparare a stare bene con se stessi, sentirsi completi, esseri armoniosi e creativi, amandosi ed accettandosi pienamente per ciò che si è e si può essere.

Angela Tosoni

venerdì 7 settembre 2012

DIPENDENZA AFFETTIVA E BISOGNI PRIMARI

Cos’è il bisogno? In psicologia il bisogno è la mancanza totale o parziale degli elementi che costituiscono il benessere della persona. E’ una tensione imperativa dovuta a qualcosa che manca, ad uno squilibrio dell’organismo che determina una privazione e come tali i bisogni possono essere considerati delle spinte motivazionali ad agire, come se una forza ci spinge alla ricerca di una risposta soddisfacente. Il bisogno viene definito primario quando è impellente e deriva da sollecitazioni organiche che sono radicali, estreme e necessarie a ristabilire un equilibrio fisiologico; ad esempio la fame, la sete, il sonno: tutti noi abbiamo esperienza della spinta motivazionale che ci porta ad attuare un comportamento, alla ricerca del benessere psicofisico. Negli anni 50 Abraham Maslow, ha definito una gerarchia dei bisogni. Alla base di questa piramide Maslow ha collocato i bisogni fondamentali dell’individuo, legati cioè alla sopravvivenza, definendoli bisogni primari: ed allora vediamo che al primo posto ritroviamo i bisogni fisiologi. Immediatamente dopo, sempre tra i bisogni primari, troviamo i bisogni di sicurezza, di affiliazione, di accudimento, di attaccamento, di protezione. Questi bisogni sono considerati degli step, dei gradini, e cioè non si può soddisfare un bisogno superiore nella scala gerarchica se non si è soddisfatto un bisogno immediatamente precedente. Infatti la piramide definisce i bisogni partendo da quelli primari che si esplicitano sin dai primi giorni della vita del bambino per arrivare via via a bisogni più articolati e complessi che caratterizzano la vita dell’adulto.

Ora, perché parliamo di bisogni in relazione alla dipendenza affettiva?Perché le nostre relazioni, le relazioni umane, non solo la relazione col partner, anche le relazioni con i nostri familiari, i nostri amici, persino quelle con i nostri colleghi, tutte le relazioni che sono per noi significative soddisfano dei bisogni fondamentali: quando costruiamo una relazione di tipo significativo, lo facciamo per soddisfare il nostro bisogno di sicurezza, di affiliazione, di attaccamento, di protezione, di appartenenza.


Quante volte, nei momenti difficili che ci ritroviamo a vivere, ci è di conforto la parola di un amico che ci comprende e ci supporta? O ancora, quanto ci fa sentire meglio la condivisione di un’esperienza, bella o brutta che sia, se accanto a noi c’è qualcuno che ci piace, che ci sta vicino, che ci ama, che ci capisce? E quanto ci gratifica l’approvazione, l’incoraggiamento o anche la sola idea di piacere a qualcuno che per noi conta! Per dirla in breve, l’uomo è un animale sociale e tutto nella sua esistenza si compie attraverso la relazione con l’altro. Non si può non stare in relazione.
Quindi quando parliamo di relazioni affettive parliamo di soddisfazione di bisogni fondamentali per l’individuo. Ogni volta che instauriamo una relazione affettiva ci dovremmo chiedere: quale mio bisogno soddisfa questa relazione? Ovviamente, ciò che a noi interessa, per affrontare il tema della dipendenza affettiva, non è una relazione qualsiasi, il nostro focus, il nostro oggetto di attenzione è la relazione per eccellenza e cioè la relazione amorosa. Possiamo considerare la relazione amorosa come fonte di nutrimento per il nostro bisogno di sicurezza e di appartenenza, essere con l’altro, con la persona che amiamo, ci fa sentire realizzati; sentirci legati in una relazione privilegiata con qualcuno che ci piace è qualcosa di altamente gratificante e soddisfacente. La relazione amorosa quindi, soddisfa il nostro bisogno di appartenenza in quanto nell’altro ci riconosciamo, ci ritroviamo, e allo stesso tempo la relazione amorosa soddisfa il nostro bisogno di trascendenza, il bisogno di esistere per l’altro e non solo per se stessi. Nell’altro ci si ritrova e si raggiunge una completezza attraverso un equilibrio di dare e avere.
Parliamo di dipendenza affettiva quando quell’equilibrio di dare e avere che caratterizza le relazioni di coppia si altera. Secondo alcuni autori la dipendenza affettiva è una difficoltà relazionale che interessa al 90% le donne, ma sembrerebbe in crescente aumento anche tra gli uomini. Chi soffre di dipendenza affettiva, sia esso uomo o donna, tende a ricercare nella relazione amorosa uno stato fusionale con il partner, il dipendente affettivo ha un’eccessiva necessità di simbiosi nei confronti della persona amata, non solo, il partner, la persona amata diventa così prioritario su tutto che si è pronti a sacrificare ogni cosa: interessi personali, desideri, aspettative, ambizioni professionali, crescita personale. Il dipendente affettivo vive nei confronti della persona amata in una condizione pervasiva ed eccessiva di necessità di essere accudito, riconosciuto, amato, considerato, come se l’altro fosse vitale, necessario al proprio essere. E siccome l’altro è vissuto come necessità imprescindibile, tutto il resto passa in secondo piano. Vengono meno tutte quelle funzioni dell’io che determinano la percezione di se stessi come esseri autosufficienti, quali la propria autonomia, la propria autostima, il rispetto di se stessi.
In sostanza, il dipendente affettivo rinuncia a sé, ai propri bisogni in favore dei bisogni dell’altro, ed ecco perché nell’occuparci di dipendenza affettiva è opportuno farlo partendo proprio dai bisogni. Il dipendente affettivo è disposto a rinuncia ai propri bisogni e alle proprie necessità pur di mantenere in essere la relazione, anche quando la relazione non è più gratificante, anche quando la relazione ha un costo molto alto.
A questo punto, la domanda che ci dobbiamo rivolgere è: perché si arriva a rinunciare a se stessi pur di non perdere l’altro? Spesso, dietro una relazione disfunzionale di tipo dipendente soggiacciono delle nostre paure nascoste, che sono direttamente collegate a quei bisogni di sicurezza e protezione di cui abbiamo parlato. La paura dell’abbandono, della separazione, della solitudine. Queste paure sono paure di natura antica, sono le paure esistenziali che hanno da sempre caratterizzato l’essere al mondo dell’uomo. Queste paure sono la “cifra” del nostro essere “umani”, ci danno la dimensione e i limiti della nostra umanità. Ci ricollegano con la nostra venuta al mondo, con l’essere riconosciuti e accettati come individui, con l’essere amati e accettati per ciò che siamo.
Le paure antiche si ricollegano alla prima infanzia, al rapporto simbiotico che nei primi mesi di vita il bambino sviluppa con la madre, infatti i primi mesi di vita sono fondamentali per lo sviluppo psicologico dell’individuo: è in questo periodo che si sviluppa uno stile di attaccamento che sarà alla base (cosidetto “effetto base sicura”) della futura capacità di essere in relazione. E’ da questa base che si parte per avviarsi nella vita di relazione con il mondo, in un viaggio che si snoda dall’io indifferenziato del neonato, all’io identificato dell’adulto capace di entrare in relazione con l’altro, attraverso un processo di identificazione che si realizza salendo via via nella scala dei bisogni individuali delineati da Maslow.
Nella sofferenza sperimentata dal dipendente affettivo, nella rinuncia di sé che si vive come dipendenti, si ritorna ad uno stato simbiotico, ad un bisogno, come abbiamo detto precedentemente di tipo fusionale, uno stato dove viene meno l’autonomia individuale, costruita attraverso la crescita e lo sviluppo personale. E’ per questo che il focus dell’attenzione è sui bisogni, proprio perché solo prendendo coscienza della radice “genetica” dei bisogni individuali, dello sviluppo psicologico, dello stile di attaccamento possiamo occuparci del nostro benessere e del benessere delle nostre relazioni. Solo riconoscendoli possiamo occuparci dei nostri bisogni, se non li riconosciamo o peggio ancora li neghiamo, non possiamo occuparcene in modo sano né tanto meno dare ad essi una risposta.
Angela Tosoni
Bibliografia:
Maslow A. H. (1962), Verso una psicologia dell’essere. Astrolabio, Roma

giovedì 19 luglio 2012

UN QUADRO DELLA DIPENDENZA AFFETTIVA

"La dipendenza affettiva è un quadro psicopatologico in cui il “rapporto d’amore” è vissuto come condizione stessa della propria esistenza. Gli individui affetti da dipendenza affettiva vedono nell’altro la fonte di ogni benessere e, pur di mantenere e non rischiare di perdere l’oggetto amato sono disposti a sacrificare qualsiasi bisogno o desiderio personale fino al punto di annullare il proprio Sé. L’importanza attribuita all’oggetto d’amore spinge il dipendente affettivo a preservare il rapporto "sentimentale" a tutti costi fino ad assumere un atteggiamento di assoluta “dedizione” adoperandosi affinché i bisogni e i desideri dell’altro vengano soddisfatti. 
munch - separazione -Questo atteggiamento è spiegato dal fatto che nella dipendenza affettiva la persona vive costantemente nell'ansia di poter perdere la persona amata, evento considerato insopportabile e inconciliabile con il prosieguo della propria vita. Si parla appunto di dipendenza affettiva ( o dipendenza affettive) per sottolineare il fatto che, proprio come per le dipendenze da sostanze ( ad es., droga o alcol), il soggetto non può rinunciare, pena “la crisi d’astinenza”, all’oggetto amato ma anzi, con il passare del tempo, richiede “dosi” di presenza o vicinanza sempre maggiori.
Secondo Giddens, la dipendenza affettiva presenta le seguenti caratteristiche:
L'Ebbrezza. Ovvero, il soggetto dipendente tende a star bene solo quando è in presenza della persona amata;




La Dose. Il dipendente affettivo tende ad aumentare le “dosi” di presenza/vicinanza della persona amata;
La Perdita dell’Io. Il dipendente aspira ad uno stato di “fusione” con l’amato che può compromettere le capacità critiche e l’esame di realtà della persona. 
Da queste caratteristiche si evince una grande differenza tra l’amore sano e la dipendenza affettiva: nell’amore sano il desiderio di fusione con l’altro, l’idealizzazione, il desiderio di stare continuamente con la persona amata, l’ansia di separazione, l’"ossessione" per l’altro, le manifestazioni somatiche (batticuore, rossore, eccitazione) sono normali nella prima fase, ovvero nell’innamoramento, e tendono con il tempo a ridursi d’intensità fino ad essere sostituiti da forme più “mature” e reciproche di manifestazioni affettive come il rispetto, la stima, il volere il bene dell’altro; in altre parole, nell’amore sano i partner, citando Bowlby, assumono il ruolo di “base sicura” in cui entrambi, nella piena autonomia, possono rifornirsi di affetto e sicurezza.  

Nella dipendenza affettiva questo percorso non viene completato tanto che l’individuo vive un perenne desiderio di fusione con l’altro; accanto a questo aspetto centrale si possono osservare altre caratteriste tipiche dell’amore dipendente:  
E’ ossessivo. Il “dipendente affettivo” è ossessionato dall’idea del partner e dal timore che egli lo possa abbandonare. Il partner diventa il “chiodo fisso” fino al punto di non riuscire a pensare ad altro (può trascurare la quotidianità, il lavoro, i figli ecc..).
Evita i rischi di cambiamento. L’individuo dipendente evita ad ogni costo il cambiamento poiché questo potrebbe mettere a rischio il “rapporto”, e considerando che il rischio è rappresentato dall’abbandono, rinuncia ad ogni interesse e crescita personale (spesso anche professionale) “sacrificandosi” per il bene dell’altro. La stagnazione del rapporto spesso sortisce gli effetti opposti di quelli sperati poiché l’amore per definizione è un processo dinamico che si nutre dei cambiamenti e della crescita personale.
Manca di vera intimità. Lo stato di continua tensione, l’ansia di poter perdere il partner, il terrore dell’abbandono, la possessività, paradossalmente impediscono al dipendente affettivo di vivere uno stato di vera intimità e genuinità con l’altro.
È parassitario. Il dipendente affettivo, proprio come un parassita che vive grazie al “nutrimento” del organismo che lo ospita, si mette nella condizione di dipendere dell’altro per sentirsi vivo; egli rinuncia alle proprie aspettative, interessi e bisogni e fa propri i bisogni e i desideri dell’altro come se si dicesse “se muore (ovvero mi abbandona) l’organismo che mi ospita muoio anch’io”.
Richiede l’assoluta devozione dell’amato. Al dipendente affettivo non basta pensare all’altro ma richiede continuamente, con il fine di rassicurarsi circa la stabilità del rapporto, continue prove d’amore. Questo atteggiamento con il tempo “stressa” il partner che, al fine di salvaguardare la propria autonomia, può “trascurare” gli infiniti bisogni di conferma del dipendente con il risultato che questi, non sentendosi rassicurato, aumenterà ancora di più le richieste di prove d’amore creando un circolo vizioso che si autoalimenta.
 È manipolativo e Iperpossessivo. Come naturale conseguenza il dipendente affettivo esaspera, al fine di ottenere il bisogno di sicurezza emotiva di cui necessità, gli atteggiamenti di possessività e controllo cercando di “ spiare” non solo i comportamenti ma anche i pensieri del partner. Anche la manipolazione diventa una strategia funzionale al bisogno di sicurezza (i ricatti affettivi possono essere frequenti come pure gesti auto lesivi o minacce di suicidio).
Secondo, D. Miller ( 1994) la Dipendenza Affettiva  colpisce nella stragrande maggioranza dei casi, superiore al 90%, donne di diverse fasce di età dalle più giovani alle donne mature. Queste donne vivono, come già descritto in precedenza, le relazioni amorose alla ricerca di uno stato di fusione con il partner per il quale sono disposte a sacrificare tutti i loro interessi personali, desideri, aspettative, crescita personale e professionale, fino al punto di annullare se stesse a vantaggio dell’altro. Le aspirazioni personali vengono “rinnegate” a favore di quelle del partner il cui “amore”, interesse, affetto e sicurezza affettiva vengono considerati di vitale importanza per la propria esistenza. Queste donne passano la loro vita a mendicare l’“affetto”del’altro che idealizzano come proiezione del proprio Sé a cui cercano di dare valore, per sopprimere i sentimenti di inadeguatezza, vuoto, ansia, impotenza,scarsa autostima, non amabilità che si trovano a fronteggiare.
La Dipendenza d’Amore trova le radici nell’infanzia di queste donne i cui bisogni d’amore, affetto ed accudimento sono stati frustrati; nella relazione con le figure significative il bambino impara, attraverso le cure e la sensibilità dell’altro, che egli “è una persona degna d’amore”, è questo sentimento, che in genere lo accompagna per tutta la vita, che nutre l’amor proprio e la fiducia verso se stessi e gli altri.   Le donne che sviluppano la Dipendenza Affettiva non hanno introiettato questo sentimento ma, al contrario, si sono convinte “che i loro bisogni non contano” o che “ non sono degne di essere amate”.
Come sottolinea J.L. Herman (1992), molte di queste donne hanno una storia infantile di maltrattamenti fisici e psicologici, spesso sono state vittime di abusi sessuali o molestie, o comunque i loro bisogni sono stati negati o frustrati. Da adulte, queste donne tendono a negare i propri bisogni, presentano una bassa autostima e la loro identità appare labile (necessitando dell’altro per essere consolidata). In riferimento ai possibili traumi subiti (abusi sessuali o violenze fisiche e/o psicologiche) alcuni autori, come D. Miller, hanno ipotizzato un paragone tra Dipendenza Affettiva e Disturbo Post Traumatico da Stress che presenta un quadro sintomatologico caratterizzato da: dissociazione, panico, disturbi del sonno, irritabilità, perdita di concentrazione, flash back, istinto a fuggire ecc.
E’ molto probabile che nell’eziologia della Dipendenza Affettiva partecipano diverse concause: come lo stile di attaccamento e i modelli operativi interni che si sviluppano nell’infanzia e regolano lo stile e le caratteristiche con un cui una persona si relaziona agli altri (Sicuro, Evitante, ambivalente, Disorganizzato), l’influenza culturale che nel recente passato ha relegato le donne a ruoli subordinati e passivi, infine la nuova sociologia della famiglia che, rispetto alle famiglie tradizionali stabili e coese, presenta legami sempre più ambigui ed instabili". 

                                                                                                               Dr Gaspare Costa
             http://www.attacchidipanico-ansia.it/attacchidipanico-ansia/dipendenzaaffettiva.htm

lunedì 21 maggio 2012

LE RAGIONI DI UN SANO EGOISMO



“Se non sei egoista, non sarai generoso; solo una persona profondamente egoista può essere altruista. Ma questo va compreso, perché sembra un paradosso.

Che cosa vuol dire essere egoisti? Il primo elemento, quello fondamentale, è essere concentrati su di sé. Il secondo, anch’esso importante, è cercare sempre la propria beatitudine. Se sei centrato su di te, sarai egoista in tutto ciò che farai. 

Potresti metterti al servizio degli altri, ma solo perché ti piace, perché ami farlo, ti senti felice ed estatico mentre lo fai: solo perché ti senti agire così; non stai adempiendo alcun obbligo, non stai servendo l’umanità. Non sei un grande martire, non ti stai sacrificando. Queste sono tutte parole prive di senso. Semplicemente, sei felice a modo tuo. Fai ciò che ti fa sentire bene. (…) 

Una persona centrata su di sé è sempre alla ricerca della propria felicità. E la cosa più bella è che più cerchi la tua felicità, più aiuterai gli altri ad essere felici. Infatti, questo è l’unico modo al mondo, di essere felici. Se tutti intorno a te sono infelici, non puoi essere felice, perché l’uomo non è un’isola, è parte di un grande continente. 

Se vuoi essere felice, dovrai aiutare coloro che ti circondano a esserlo; allora, e solo allora, potrai essere felice. L’amore, per me, è una delle cose più egoiste che esistano.”

Osho, Con te e senza di te.

sabato 4 febbraio 2012

LA GIUSTA DISTANZA


"Voi siete nati insieme e dovete stare sempre insieme
Ma fate in modo che il vostro amore non sia una prigione
Riempitivi la coppa l'uno con l'altro,
ma non bevete da una sola coppa.
Scambiatevi a vicenda il vostro pane,
ma non mangiate dallo stesso pane.
Cantate insieme, danzate e siate allegri,
ma che ciascuno sia solo.
Come le corde di un liuto che sono sole,
anche se vibrano per la stessa musica.
Datevi il vostro cuore, ma non lo date in custodia l'uno all'altro.
Poiché solo la mano della vita
Può contenere i Vostri cuori.
E state insieme ma non troppo vicini,
poiché le colonne del tempio sono distanziate
e la quercia e il cipresso non crescono l'una all'ombra dell'altro".
                    
                                                                     Kahil Gibran

martedì 17 gennaio 2012

DIPENDENZA AFFETTIVA, NO GRAZIE!




Si parla di dipendenza affettiva quando il “rapporto d’amore” è vissuto come condizione stessa della propria esistenza.
Le persone che ne sono affette vedono nell’altro la fonte di ogni benessere e, pur di non rischiare di perdere l’oggetto del loro amore, sono disposte a sacrificare qualsiasi bisogno o desiderio personale fino al punto di annullare il proprio Sé.
Queste persone passano la loro vita a mendicare l’“affetto”dell’altro; lo idealizzano per sopperire ai sentimenti di inadeguatezza, vuoto, ansia, impotenza, scarsa autostima, non amabilità, che si trovano a fronteggiare.
L’importanza attribuita all’oggetto amato spinge il dipendente affettivo a preservare il rapporto "sentimentale" ad ogni costo, fino ad assumere un atteggiamento di assoluta “dedizione”, adoperandosi affinché i bisogni e i desideri dell’altro vengano sempre soddisfatti.
Questo atteggiamento è spiegato dal fatto che, nella dipendenza affettiva,    la persona vive costantemente nel terrore di poter perdere la persona amata, evento considerato insopportabile.

Si definisce appunto “dipendenza” affettiva per sottolineare il fatto che, proprio come per le dipendenze da sostanze (ad es., droga, alcol, tabacco), il soggetto non può rinunciare, (pena “la crisi d’astinenza”) all’oggetto amato, ma anzi, con il passare del tempo, richiede “dosi” di presenza o vicinanza sempre maggiori.
La Dipendenza d’Amore trova le radici nell’infanzia di queste persone, i cui bisogni d’amore, affetto ed accudimento sono stati frustrati. Nella relazione con le figure significative infatti il bambino impara, attraverso le cure e la sensibilità dell’altro, che egli “è una persona degna d’amore”: è questo sentimento, a nutrire il suo amor proprio e la sua fiducia verso se stessi e gli altri.  

I soggetti che sviluppano la Dipendenza Affettiva non hanno introiettato questo sentimento ma, al contrario, si sono convinte (talvolta in modo inconsapevole) “che i loro bisogni non contano” o che “ non sono degne di essere amate”.



Ma qual è il margine di intervento in caso di dipendenza affettiva?

Cosa si può concretamente fare per uscirne?



Sicuramente il primo e imprescindibile passo consiste nel rafforzare la propria identità e conseguentemente la propria autostima. Questo significa imparare a conoscerci nei nostri bisogni e desideri più autentici ed è possibile soltanto attraverso una serie di esplorazioni in grado di darci delle indicazioni su noi stessi e in particolar modo su quelle parti di noi che di solito tendiamo a non far emergere, a non riconoscere.

Soltanto quando si è in grado di soddisfare i propri bisogni è possibile operare un autoaccudimento che ci rende genitori buoni di noi stessi e ci rende meno dipendenti dal giudizio degli altri.

Ciò significa, scendendo nel concreto, crearsi una vita ricca e piena, assumersi la responsabilità delle proprie scelte senza cercare più un'appiglio, un ancora di salvataggio nell'altro, che rappresenterà per noi, non più un approdo di cui abbiamo disperato bisogno, ma un'isola su cui sostare serenamente per qualche tempo (condivisione), per poi poter riprendere il largo (autonomia ed esplorazione); fermo restando che quando lo desidereremo potremo sempre farci ritorno. Ma sarà una nostra libera scelta, non più un disperato bisogno.

Conoscersi, accettarsi imparare ad amarsi per quello che si è, per poi prendere in mano le redini della nostra vita e la responsabilità del nostro cambiamento.
Si tratta sicuramente di un cammino arduo, con possibili ricadute e giornate no, ma a poco a poco possiamo imparare a prenderci davvero cura di noi e ad essere "integrati nella nostra complessità e pienezza".

In questo senso un gruppo di autoaiuto agevola il processo di cambiamento perché, attraverso la condivisione, si esce dall'isolamento e grazie al sostegno e all'incoraggiamento dei "compagni di viaggio" si riescono a mettere in atto una serie di strategie in grado di modificare i nostri pensieri e i nostri comportamenti disfunzionali.

Il Gruppo di Autoaiuto Gada ha come intento proprio quello di fornire accoglienza e sostegno a tutti coloro che si riconoscono dipendenti affettivi o che in ogni modo riscontrano nella loro vita difficoltà relazionali.      

                                                                   Michaela Sbarra
                                                                                                                           

martedì 13 dicembre 2011

DIPENDENZA AFFETTIVA E RELAZIONI OGGETTUALI

Nello svilupparsi degli incontri del gruppo di auto aiuto le esplorazioni condivise in relazione al tema “dipendenza affettiva” presentano un forte legame tra quanto vissuto nel qui ed ora nelle esperienze di relazione con ciò che è accaduto “altrove”. L’altro, l’oggetto dell’attenzione e della carica affettiva, dal quale è difficile rendersi autonomi e indipendenti viene vissuto come presenza totalizzante che si aggancia ad un bisogno inespresso e il più delle volte inconscio. Spesso questo altrove rimanda alla relazione con le figure di attaccamento, alle relazioni oggettuali così come le ha definite da Melanie Klein nei primi studi psicoanalitici sullo sviluppo del bambino. Numerosi studi scientifici hanno ormai reso noto che esiste uno stretto connubio tra lo stile di attaccamento sviluppato nelle relazioni primarie della vita infantile e la modalità di essere in relazione manifestata nella vita dell’adulto. Dopo la Klein, troviamo tra gli autori che hanno indagato la dimensione della relazione primaria Winnicott e Bolby, che hanno descritto la relazione di attaccamento partendo dalle sue caratteristiche e individuandone le modalità attraverso le quali la relazione si sviluppa. Prima ancora, gli studi di Spitz avevano già evidenziato le possibili patologie sottostanti le carenze di cure parentali nelle varie fasi dello sviluppo psicologico del bambino. Margaret Mahler ha approfondito le caratteristiche della relazione oggettuale e le sue implicazioni nella vita affettiva dell’adulto ne “La nascita psicologica del bambino”. Tutti gli studi effettuati nel corso degli anni tendono ad evidenziare le possibili disfunzionalità derivanti da un arresto nello sviluppo affettivo nei primi anni di vita, tali studi hanno ormai stabilito che la fase 0-3 anni è il periodo critico nel quale si gettano le fondamenta dello sviluppo psicologico dell’adulto, la cosiddetta base sicura.La madre con le sue cure e la sua identificazione con il bambino impara a conoscere e a rispondere ai suoi bisogni e gli permette il passaggio da uno stato di autismo primario a una graduale consapevolezza dell’ambiente esterno, attraverso un rapporto di tipo simbiotico, come Margaret Mahler ha efficacemente descritto” (G. Bollea, 1980).
Poiché la relazione oggettuale è funzionale alla sopravvivenza, la sua possibile compromissione mette in pericolo di vita il soggetto che ne è dipendente. E’ da questa condizione di dipendenza che si snoda il processo di individuazione e separazione (M. Mahler, 1978) attorno al quale si costruisce la vita psicologica dell’adulto, con particolare riferimento alla sua capacità di vivere relazioni affettive gratificanti.
Dunque, la correlazione esistente tra relazione oggettuale infantile e capacità e qualità della vita emotiva dell’adulto rappresenta la dimensione intrapsichica della indipendenza/dipendenza affettiva.  Tale dimensione entra in gioco ogni qual volta si sceglie una figura affettiva che assume un significato prioritario ed emergente rispetto ad un’alterità indifferenziata. Ciò significa che si può sviluppare una forma di attaccamento dipendente non soltanto verso la persona della quale “ci si innamora”, ma anche nei confronti di persone che scegliamo in quanto esseri speciali, persone che hanno quelle caratteristiche che ci riportano a quell’esclusività del rapporto simbiotico sperimentato “altrove”, o ancora, persone che hanno per noi una valenza affettiva legata alla qualità della relazione che abbiamo con esse.
Non a caso, laddove si sviluppa dipendenza con una figura significativa, l’adulto torna a quello stato simbiotico che costituisce la fase iniziale della relazione oggettuale e che coincide con il primo stadio di evoluzione psicologica del bambino. Proprio come il neonato necessita di cure costanti e continue da parte di una figura primaria di attaccamento, che ne determina la sopravvivenza, l’attaccamento o l’innamoramento nell’età adulta ripercorre lo stesso modello di interazione della fase simbiotica. Lo stato simbiotico esige un rapporto esclusivo con l’oggetto d’amore ed è escludente nei confronti del resto del mondo, esperito come ostacolo alla relazione. L’esclusività della relazione assume così una doppia valenza: una interna al legame, d’intimità esclusiva privilegiata (solo tu hai accesso alla mia anima); un’altra esterna al legame, tendente ad escludere, a lasciare fuori tutto ciò che è altro dalla relazione stessa.
Il processo intrapsichico dell’individuazione/separazione descritto dalla Mahler come percorso di crescita e maturazione psicologica, viene meno nella fase acuta di  dipendenza, quando l’altro, oggetto d’amore, è vissuto appunto come oggetto da introiettare e necessario al benessere psicologico, senza il quale sembra impossibile andare avanti.
Prendere coscienza dei meccanismi che sono alla base dello stile di attaccamento individuale è uno primo step necessario per dare ascolto ai propri bisogni, anche a quei bisogni inconsci che non trovano espressione e che sono alla base della dipendenza affettiva.
Riferimenti bibliografici:
Bollea, G. (1980) Compendio di psichiatria dell’età evolutiva Bulzoni Editore
Bolwby, J.(2000) Attaccamento e perdita Bollati Boringheri
Margaret Mahler ( 1978  ) La nascita psicologica del bambino Bollati Boringheri

Angela Tosoni

G.A.D.A. Autoaiuto

sabato 10 dicembre 2011

SENTIRSI SBAGLIATI


sentirsi sbagliati"Quando la relazione primaria non ha permesso di sviluppare fiducia in se stessi, in gergo psicanalitico si dice che non abbiamo interiorizzato un oggetto interno 'buono'. Intendendo per oggetto interno una relazione sufficientemente buona, che una volta interiorizzata funzioni come base sicura interiore. Se nei primi scambi diadici il messaggio ricevuto è stato di sfiducia, di non accoglienza, ci sentiremo tutta la vita come un oggetto 'difettoso', da riparare. Un modo per cercare di riparare questa relazione insoddisfacente interiorizzata è quella di cercarsi un partner con caratteristiche simili a quelle delle prime figure accudenti, e cercare di farci amare da lui/lei. E inevitabilmente invece ci ritroviamo a rivivere la stessa sensazione di non essere amati. Inizia così lo sforzo riparatorio, la richiesta proiettiva sull'altro. Essendo convinti di non meritare amore, di essere sbagliati, cerchiamo una conferma disperata a quanto profondamente crediamo. E quanto pensiamo lo ritroviamo scritto all'esterno, nei giudizi altrui, in cui dolorosamente ci specchiamo".



                                                                    Dott.sa Ameya G. Canovi
                                                                        

                                                                           Psicologa

                                                                                            http://amoredipendente.splinder.com/tag/profezia+autorealizzante 

giovedì 8 dicembre 2011

OSSESSIONE D'AMORE: LA DIPENDENZA AFFETTIVA


“L’amore, rappresenta il bisogno e la capacità di trascendere noi stessi e, insieme ad un altro, creare una realtà nuova. Talvolta, quando si altera l'equilibrio tra il dare e il ricevere, tra il proprio confine e lo spazio condiviso, l'amore può trasformarsi, invece che in un'occasione di crescita e arricchimento,  in una gabbia senza prospettive di fuga, con pareti fatte di dolore. Questo è quello che succede quando si scivola nella dipendenza affettiva. La dipendenza affettiva è una forma patologica di amore caratterizzata da assenza cronica di reciprocità nella vita affettiva, in cui l'individuo, “donatore d'amore” a senso unco,  vede nel legame con un altra persona, spesso  problematica o sfuggente, l'unico scopo della propria esistenza e il riempimento dei propri vuoti affettivi.
Non sempre  la differenza tra amore e dipendenza affettiva è netta. Può addirittura accadere che i due fenomeni si confondano.

La chiave di distinzione sta nel grado di autonomia dell'individuo e nella sua capacità di trovare un senso in se stesso. Diversamente da quanto comunemente si crede, l'amore nasce dall'incontro di due unità, non di due metà. Solo per si percepisce nella sua completezza è possibile donarsi senza annullarsi, senza perdersi nell'altro. Chi è affetto da dipendenza affettiva, non essendo autonomo,  non riesce a vivere l'amore nella sua profondità e intimità. La paura dell'abbandono, della separazione, della solitudine generano un costante stato di tensione. La presenza dell'altro non è più una libera scelta ma  è vissuta come una questione di vita o di morte: senza l'altro non si ha la percezione di esistere. I propri bisogni e desideri individuali vengono negati e annullati in una relazione simbiotica.

La dipendenza affettiva, diversamente da quanto a volte si manifesta all'evidenza, non è un fenomeno che riguarda una sola persona, ma è una dinamica a due. A volte il partner del “dipendente affettivo” è un soggetto problematico, che  maschera  la propria dipendenza affettiva con una dipendenza da droga, alcol o gioco d'azzardo. In questo caso i problemi del compagno diventano la giustificazione per dedicarsi interamente all'altro bisognoso, non prendendosi il rischio di condurre un'esistenza per sé.
Altre volte la persona amata è rifiutante, sfuggente o irraggiungibile, per esempio sposata o non   interessata alla relazione.  In  entrambi i  casi quello che seduce è la lotta: la dipendenza si alimenta del desiderio di essere amati proprio da chi non ci ricambia in modo soddisfacente, e cresce in proporzione al rifiuto, anzi se non ci fosse quest'ultimo, il presunto amore non durerebbe.
La persona che ha una dipendenza affettiva di solito soffoca ogni desiderio e interesse individuale per occuparsi dell'altro ma inevitabilmente viene  delusa e il suo amore prende la forma del  risentimento. Allo stesso tempo non riesce ad interrompere la relazione, in virtù di ciò che definisce “amare troppo”, non rendendosi conto che questo comportamento distrugge l'amore che richiede invece autonomia e reciprocità.


Nella dipendenza affettiva, ciò che viene sperimentato come amore diventa una droga. I sintomi della dipendenza sono gli stessi :
  • ebbrezza : il soggetto  prova una sensazione di piacere quando sta con il partner, che non riesce ad ottenere in altri modi e che gli è indispensabile per stare bene.
  • tolleranza: il soggetto cerca dosi di tempo sempre maggiori da dedicare al partner,  riducendo sempre di più il  proprio tempo autonomo e i contatti con l’esterno
  • astinenza: il soggetto sente di esistere solo quando c'è l'altro, la sua mancanza lo getta in uno stato di allarme. Pensare la propria vita senza l'altro è inimmaginabile. L'altro è visto come l'unica fonte di gratificazione, le attività quotidiane sono trascurate, l'unica cosa importante è il tempo trascorso con l'altro.
  • incapacità di controllare il proprio comportamento: una riduzione di lucidità e capacità critica che crea vergogna e rimorso e che in taluni momenti viene sostituita da una temporanea lucidità, cui segue un senso di prostrante sconfitta e una ricaduta nella dipendenza ,che fa sentire più imminenti di prima i propri bisogni legati all’altro. Questi processi si colorano di rabbia e senso di colpa."
                     
                                                         Tratto da un articolo della Dott.ssa Barbara Corte
                                                                         Psicologa e psicoterapeuta

http://www.supportopsicologico.org/articoli/dipendenza-affettiva-difficolta-relazionali.htm