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giovedì 20 giugno 2013

AUTOAIUTO IN GRUPPO: UN PONTE VERSO L'AUTONOMIA

Nel percorso tortuoso per uscire dalla dipendenza affettiva, la strada maestra è rappresentata dalla convinzione e dalla volontà di perseguire lo scopo primario del proprio benessere e della propria autonomia. Il cammino verso la scoperta di se stessi è spesso ostacolato dalle paure interiori che, anche quando si sperimentano i benefici della propria autodeterminazione, possono ripresentarsi a rideterminare le condizioni di malessere tipiche della dipendenza affettiva.


Accade spesso, anche dopo la fase cognitiva di razionalizzazione del problema e il conseguente sollievo determinato dalla scelta di autosostenersi, di vivere una fase regressiva che riconduce il dipendente al punto dal quale era partito, una sorta di effetto rebound a connotazione affettiva, nella quale si ristabiliscono le condizioni relazionali di vicinanza e prossimità con l'altro che, lungi dall'essere "quel" soggetto corrispondente alle aspettative di accettazione e nutrimento, ripropone la stessa risposta di rifiuto, di disconferma, di negazione.
Nell'esperienza di sconforto che si genera a seguito della fase di ricaduta ad effetto rebound è fondamentale il sostegno della condivione all'interno di un gruppo di autoaiuto, dove i diversi punti di vista dei membri servono, a livello individuale, come ancoraggio alla realtà. La restituzione delle proprie impressioni, rispetto ai vissuti narrati, richiamano il soggetto alla consapevolezza delle proprie risorse e lo riconducono al qui ed ora delle proprie scelte.
Il focus sulle proprie potenzialità, sostenuto dalla restituzione spontanea del gruppo, consente di gestire l'emotività negativa legata alle paure irrazionali ed ai pensieri disfunzionali ad esse correlate, quali ad esempio, la paura di piacere agli altri, il timore del successo, l'ansia da prestazione.

La momentanea fase di inversione di marcia rispetto al percorso intrapreso verso il proprio benessere è un passaggio durante il quale si comprende e si mette a confronto l'esperienza di benessere con l'esperienza di rifiuto, una sorta di confronto tra ciò che è "bene" e ciò che è "male", tra ciò che costituisce una conferma e ciò che rappresenta una disconferma.

In questo processo di ridefinizione dell'essere in relazione con l'altro, sembra entrare in gioco la propria visione di se stessi e del mondo, in una continua ricerca del proprio equilibrio affettivo che si determina nella relazione con l'oggetto d'amore. Così la modalità di entrare in relazione è,  come sosteneva Binswanger (1973), rivolgersi alla persona nel suo esser-ci per e con l'Altro.

La persona si realizza attraverso la sua possibilità di declinarsi attraverso l'amore e lo scambio con l'altro, e ciò rappresenta il rischio che la propria libertà sia limitata, in quanto condizionata dall'accettazione dell'altro. Il difficile equilibrio della relazione, si concretizza nel rispettare l'altro senza tradire se stessi, senza dover modificare ciò che si è per corrispondere alle esigenze altrui. Soltando rispettando se stessi, si avrà una vita autentica, si avrà la possibilità di sviluppare le proprie potenzialità, riconoscendosi nell'esistenza che si conduce, altrimenti si andrà incontro a un'esistenza inautentica, in quanto si è tradito il proprio fondamento (Costa, 1987).

Angela Tosoni

Riferimenti bibliografici:
Biswanger, L. (1973), Essere nel mondo. Astrolabio, Roma.
Costa, A. (1987), Il mondo come progetto. Studiorum, Roma.

domenica 29 luglio 2012

PICCOLI MIRACOLI CHE AVVENGONO IN GRUPPO...

care amiche del gruppo di san giovanni, visto che non ci vedremo in agosto condivido con voi una piccola chicca: io, dipendente affettiva, che scrivo in data odierna ad una persona spiegandogli che "nella vita le persone vanno e vengono e bisogna lasciarle andare se serve, e conservare i ricordi che in ogni caso ci hanno arricchito di esperienza" no vabbè è un passo troppo avanti!! so che capirete per questo condivido :) abbracci a presto!

GRAZIE DELLA CONDIVISIONE E BUONE VACANZE A TE!!!


Angela
Gruppo Organizzativo
G.A.D.A.

lunedì 21 maggio 2012

LE RAGIONI DI UN SANO EGOISMO



“Se non sei egoista, non sarai generoso; solo una persona profondamente egoista può essere altruista. Ma questo va compreso, perché sembra un paradosso.

Che cosa vuol dire essere egoisti? Il primo elemento, quello fondamentale, è essere concentrati su di sé. Il secondo, anch’esso importante, è cercare sempre la propria beatitudine. Se sei centrato su di te, sarai egoista in tutto ciò che farai. 

Potresti metterti al servizio degli altri, ma solo perché ti piace, perché ami farlo, ti senti felice ed estatico mentre lo fai: solo perché ti senti agire così; non stai adempiendo alcun obbligo, non stai servendo l’umanità. Non sei un grande martire, non ti stai sacrificando. Queste sono tutte parole prive di senso. Semplicemente, sei felice a modo tuo. Fai ciò che ti fa sentire bene. (…) 

Una persona centrata su di sé è sempre alla ricerca della propria felicità. E la cosa più bella è che più cerchi la tua felicità, più aiuterai gli altri ad essere felici. Infatti, questo è l’unico modo al mondo, di essere felici. Se tutti intorno a te sono infelici, non puoi essere felice, perché l’uomo non è un’isola, è parte di un grande continente. 

Se vuoi essere felice, dovrai aiutare coloro che ti circondano a esserlo; allora, e solo allora, potrai essere felice. L’amore, per me, è una delle cose più egoiste che esistano.”

Osho, Con te e senza di te.

martedì 17 gennaio 2012

DIPENDENZA AFFETTIVA, NO GRAZIE!




Si parla di dipendenza affettiva quando il “rapporto d’amore” è vissuto come condizione stessa della propria esistenza.
Le persone che ne sono affette vedono nell’altro la fonte di ogni benessere e, pur di non rischiare di perdere l’oggetto del loro amore, sono disposte a sacrificare qualsiasi bisogno o desiderio personale fino al punto di annullare il proprio Sé.
Queste persone passano la loro vita a mendicare l’“affetto”dell’altro; lo idealizzano per sopperire ai sentimenti di inadeguatezza, vuoto, ansia, impotenza, scarsa autostima, non amabilità, che si trovano a fronteggiare.
L’importanza attribuita all’oggetto amato spinge il dipendente affettivo a preservare il rapporto "sentimentale" ad ogni costo, fino ad assumere un atteggiamento di assoluta “dedizione”, adoperandosi affinché i bisogni e i desideri dell’altro vengano sempre soddisfatti.
Questo atteggiamento è spiegato dal fatto che, nella dipendenza affettiva,    la persona vive costantemente nel terrore di poter perdere la persona amata, evento considerato insopportabile.

Si definisce appunto “dipendenza” affettiva per sottolineare il fatto che, proprio come per le dipendenze da sostanze (ad es., droga, alcol, tabacco), il soggetto non può rinunciare, (pena “la crisi d’astinenza”) all’oggetto amato, ma anzi, con il passare del tempo, richiede “dosi” di presenza o vicinanza sempre maggiori.
La Dipendenza d’Amore trova le radici nell’infanzia di queste persone, i cui bisogni d’amore, affetto ed accudimento sono stati frustrati. Nella relazione con le figure significative infatti il bambino impara, attraverso le cure e la sensibilità dell’altro, che egli “è una persona degna d’amore”: è questo sentimento, a nutrire il suo amor proprio e la sua fiducia verso se stessi e gli altri.  

I soggetti che sviluppano la Dipendenza Affettiva non hanno introiettato questo sentimento ma, al contrario, si sono convinte (talvolta in modo inconsapevole) “che i loro bisogni non contano” o che “ non sono degne di essere amate”.



Ma qual è il margine di intervento in caso di dipendenza affettiva?

Cosa si può concretamente fare per uscirne?



Sicuramente il primo e imprescindibile passo consiste nel rafforzare la propria identità e conseguentemente la propria autostima. Questo significa imparare a conoscerci nei nostri bisogni e desideri più autentici ed è possibile soltanto attraverso una serie di esplorazioni in grado di darci delle indicazioni su noi stessi e in particolar modo su quelle parti di noi che di solito tendiamo a non far emergere, a non riconoscere.

Soltanto quando si è in grado di soddisfare i propri bisogni è possibile operare un autoaccudimento che ci rende genitori buoni di noi stessi e ci rende meno dipendenti dal giudizio degli altri.

Ciò significa, scendendo nel concreto, crearsi una vita ricca e piena, assumersi la responsabilità delle proprie scelte senza cercare più un'appiglio, un ancora di salvataggio nell'altro, che rappresenterà per noi, non più un approdo di cui abbiamo disperato bisogno, ma un'isola su cui sostare serenamente per qualche tempo (condivisione), per poi poter riprendere il largo (autonomia ed esplorazione); fermo restando che quando lo desidereremo potremo sempre farci ritorno. Ma sarà una nostra libera scelta, non più un disperato bisogno.

Conoscersi, accettarsi imparare ad amarsi per quello che si è, per poi prendere in mano le redini della nostra vita e la responsabilità del nostro cambiamento.
Si tratta sicuramente di un cammino arduo, con possibili ricadute e giornate no, ma a poco a poco possiamo imparare a prenderci davvero cura di noi e ad essere "integrati nella nostra complessità e pienezza".

In questo senso un gruppo di autoaiuto agevola il processo di cambiamento perché, attraverso la condivisione, si esce dall'isolamento e grazie al sostegno e all'incoraggiamento dei "compagni di viaggio" si riescono a mettere in atto una serie di strategie in grado di modificare i nostri pensieri e i nostri comportamenti disfunzionali.

Il Gruppo di Autoaiuto Gada ha come intento proprio quello di fornire accoglienza e sostegno a tutti coloro che si riconoscono dipendenti affettivi o che in ogni modo riscontrano nella loro vita difficoltà relazionali.      

                                                                   Michaela Sbarra
                                                                                                                           

martedì 13 dicembre 2011

DIPENDENZA AFFETTIVA E RELAZIONI OGGETTUALI

Nello svilupparsi degli incontri del gruppo di auto aiuto le esplorazioni condivise in relazione al tema “dipendenza affettiva” presentano un forte legame tra quanto vissuto nel qui ed ora nelle esperienze di relazione con ciò che è accaduto “altrove”. L’altro, l’oggetto dell’attenzione e della carica affettiva, dal quale è difficile rendersi autonomi e indipendenti viene vissuto come presenza totalizzante che si aggancia ad un bisogno inespresso e il più delle volte inconscio. Spesso questo altrove rimanda alla relazione con le figure di attaccamento, alle relazioni oggettuali così come le ha definite da Melanie Klein nei primi studi psicoanalitici sullo sviluppo del bambino. Numerosi studi scientifici hanno ormai reso noto che esiste uno stretto connubio tra lo stile di attaccamento sviluppato nelle relazioni primarie della vita infantile e la modalità di essere in relazione manifestata nella vita dell’adulto. Dopo la Klein, troviamo tra gli autori che hanno indagato la dimensione della relazione primaria Winnicott e Bolby, che hanno descritto la relazione di attaccamento partendo dalle sue caratteristiche e individuandone le modalità attraverso le quali la relazione si sviluppa. Prima ancora, gli studi di Spitz avevano già evidenziato le possibili patologie sottostanti le carenze di cure parentali nelle varie fasi dello sviluppo psicologico del bambino. Margaret Mahler ha approfondito le caratteristiche della relazione oggettuale e le sue implicazioni nella vita affettiva dell’adulto ne “La nascita psicologica del bambino”. Tutti gli studi effettuati nel corso degli anni tendono ad evidenziare le possibili disfunzionalità derivanti da un arresto nello sviluppo affettivo nei primi anni di vita, tali studi hanno ormai stabilito che la fase 0-3 anni è il periodo critico nel quale si gettano le fondamenta dello sviluppo psicologico dell’adulto, la cosiddetta base sicura.La madre con le sue cure e la sua identificazione con il bambino impara a conoscere e a rispondere ai suoi bisogni e gli permette il passaggio da uno stato di autismo primario a una graduale consapevolezza dell’ambiente esterno, attraverso un rapporto di tipo simbiotico, come Margaret Mahler ha efficacemente descritto” (G. Bollea, 1980).
Poiché la relazione oggettuale è funzionale alla sopravvivenza, la sua possibile compromissione mette in pericolo di vita il soggetto che ne è dipendente. E’ da questa condizione di dipendenza che si snoda il processo di individuazione e separazione (M. Mahler, 1978) attorno al quale si costruisce la vita psicologica dell’adulto, con particolare riferimento alla sua capacità di vivere relazioni affettive gratificanti.
Dunque, la correlazione esistente tra relazione oggettuale infantile e capacità e qualità della vita emotiva dell’adulto rappresenta la dimensione intrapsichica della indipendenza/dipendenza affettiva.  Tale dimensione entra in gioco ogni qual volta si sceglie una figura affettiva che assume un significato prioritario ed emergente rispetto ad un’alterità indifferenziata. Ciò significa che si può sviluppare una forma di attaccamento dipendente non soltanto verso la persona della quale “ci si innamora”, ma anche nei confronti di persone che scegliamo in quanto esseri speciali, persone che hanno quelle caratteristiche che ci riportano a quell’esclusività del rapporto simbiotico sperimentato “altrove”, o ancora, persone che hanno per noi una valenza affettiva legata alla qualità della relazione che abbiamo con esse.
Non a caso, laddove si sviluppa dipendenza con una figura significativa, l’adulto torna a quello stato simbiotico che costituisce la fase iniziale della relazione oggettuale e che coincide con il primo stadio di evoluzione psicologica del bambino. Proprio come il neonato necessita di cure costanti e continue da parte di una figura primaria di attaccamento, che ne determina la sopravvivenza, l’attaccamento o l’innamoramento nell’età adulta ripercorre lo stesso modello di interazione della fase simbiotica. Lo stato simbiotico esige un rapporto esclusivo con l’oggetto d’amore ed è escludente nei confronti del resto del mondo, esperito come ostacolo alla relazione. L’esclusività della relazione assume così una doppia valenza: una interna al legame, d’intimità esclusiva privilegiata (solo tu hai accesso alla mia anima); un’altra esterna al legame, tendente ad escludere, a lasciare fuori tutto ciò che è altro dalla relazione stessa.
Il processo intrapsichico dell’individuazione/separazione descritto dalla Mahler come percorso di crescita e maturazione psicologica, viene meno nella fase acuta di  dipendenza, quando l’altro, oggetto d’amore, è vissuto appunto come oggetto da introiettare e necessario al benessere psicologico, senza il quale sembra impossibile andare avanti.
Prendere coscienza dei meccanismi che sono alla base dello stile di attaccamento individuale è uno primo step necessario per dare ascolto ai propri bisogni, anche a quei bisogni inconsci che non trovano espressione e che sono alla base della dipendenza affettiva.
Riferimenti bibliografici:
Bollea, G. (1980) Compendio di psichiatria dell’età evolutiva Bulzoni Editore
Bolwby, J.(2000) Attaccamento e perdita Bollati Boringheri
Margaret Mahler ( 1978  ) La nascita psicologica del bambino Bollati Boringheri

Angela Tosoni

G.A.D.A. Autoaiuto

sabato 10 dicembre 2011

SENTIRSI SBAGLIATI


sentirsi sbagliati"Quando la relazione primaria non ha permesso di sviluppare fiducia in se stessi, in gergo psicanalitico si dice che non abbiamo interiorizzato un oggetto interno 'buono'. Intendendo per oggetto interno una relazione sufficientemente buona, che una volta interiorizzata funzioni come base sicura interiore. Se nei primi scambi diadici il messaggio ricevuto è stato di sfiducia, di non accoglienza, ci sentiremo tutta la vita come un oggetto 'difettoso', da riparare. Un modo per cercare di riparare questa relazione insoddisfacente interiorizzata è quella di cercarsi un partner con caratteristiche simili a quelle delle prime figure accudenti, e cercare di farci amare da lui/lei. E inevitabilmente invece ci ritroviamo a rivivere la stessa sensazione di non essere amati. Inizia così lo sforzo riparatorio, la richiesta proiettiva sull'altro. Essendo convinti di non meritare amore, di essere sbagliati, cerchiamo una conferma disperata a quanto profondamente crediamo. E quanto pensiamo lo ritroviamo scritto all'esterno, nei giudizi altrui, in cui dolorosamente ci specchiamo".



                                                                    Dott.sa Ameya G. Canovi
                                                                        

                                                                           Psicologa

                                                                                            http://amoredipendente.splinder.com/tag/profezia+autorealizzante 

giovedì 8 dicembre 2011

OSSESSIONE D'AMORE: LA DIPENDENZA AFFETTIVA


“L’amore, rappresenta il bisogno e la capacità di trascendere noi stessi e, insieme ad un altro, creare una realtà nuova. Talvolta, quando si altera l'equilibrio tra il dare e il ricevere, tra il proprio confine e lo spazio condiviso, l'amore può trasformarsi, invece che in un'occasione di crescita e arricchimento,  in una gabbia senza prospettive di fuga, con pareti fatte di dolore. Questo è quello che succede quando si scivola nella dipendenza affettiva. La dipendenza affettiva è una forma patologica di amore caratterizzata da assenza cronica di reciprocità nella vita affettiva, in cui l'individuo, “donatore d'amore” a senso unco,  vede nel legame con un altra persona, spesso  problematica o sfuggente, l'unico scopo della propria esistenza e il riempimento dei propri vuoti affettivi.
Non sempre  la differenza tra amore e dipendenza affettiva è netta. Può addirittura accadere che i due fenomeni si confondano.

La chiave di distinzione sta nel grado di autonomia dell'individuo e nella sua capacità di trovare un senso in se stesso. Diversamente da quanto comunemente si crede, l'amore nasce dall'incontro di due unità, non di due metà. Solo per si percepisce nella sua completezza è possibile donarsi senza annullarsi, senza perdersi nell'altro. Chi è affetto da dipendenza affettiva, non essendo autonomo,  non riesce a vivere l'amore nella sua profondità e intimità. La paura dell'abbandono, della separazione, della solitudine generano un costante stato di tensione. La presenza dell'altro non è più una libera scelta ma  è vissuta come una questione di vita o di morte: senza l'altro non si ha la percezione di esistere. I propri bisogni e desideri individuali vengono negati e annullati in una relazione simbiotica.

La dipendenza affettiva, diversamente da quanto a volte si manifesta all'evidenza, non è un fenomeno che riguarda una sola persona, ma è una dinamica a due. A volte il partner del “dipendente affettivo” è un soggetto problematico, che  maschera  la propria dipendenza affettiva con una dipendenza da droga, alcol o gioco d'azzardo. In questo caso i problemi del compagno diventano la giustificazione per dedicarsi interamente all'altro bisognoso, non prendendosi il rischio di condurre un'esistenza per sé.
Altre volte la persona amata è rifiutante, sfuggente o irraggiungibile, per esempio sposata o non   interessata alla relazione.  In  entrambi i  casi quello che seduce è la lotta: la dipendenza si alimenta del desiderio di essere amati proprio da chi non ci ricambia in modo soddisfacente, e cresce in proporzione al rifiuto, anzi se non ci fosse quest'ultimo, il presunto amore non durerebbe.
La persona che ha una dipendenza affettiva di solito soffoca ogni desiderio e interesse individuale per occuparsi dell'altro ma inevitabilmente viene  delusa e il suo amore prende la forma del  risentimento. Allo stesso tempo non riesce ad interrompere la relazione, in virtù di ciò che definisce “amare troppo”, non rendendosi conto che questo comportamento distrugge l'amore che richiede invece autonomia e reciprocità.


Nella dipendenza affettiva, ciò che viene sperimentato come amore diventa una droga. I sintomi della dipendenza sono gli stessi :
  • ebbrezza : il soggetto  prova una sensazione di piacere quando sta con il partner, che non riesce ad ottenere in altri modi e che gli è indispensabile per stare bene.
  • tolleranza: il soggetto cerca dosi di tempo sempre maggiori da dedicare al partner,  riducendo sempre di più il  proprio tempo autonomo e i contatti con l’esterno
  • astinenza: il soggetto sente di esistere solo quando c'è l'altro, la sua mancanza lo getta in uno stato di allarme. Pensare la propria vita senza l'altro è inimmaginabile. L'altro è visto come l'unica fonte di gratificazione, le attività quotidiane sono trascurate, l'unica cosa importante è il tempo trascorso con l'altro.
  • incapacità di controllare il proprio comportamento: una riduzione di lucidità e capacità critica che crea vergogna e rimorso e che in taluni momenti viene sostituita da una temporanea lucidità, cui segue un senso di prostrante sconfitta e una ricaduta nella dipendenza ,che fa sentire più imminenti di prima i propri bisogni legati all’altro. Questi processi si colorano di rabbia e senso di colpa."
                     
                                                         Tratto da un articolo della Dott.ssa Barbara Corte
                                                                         Psicologa e psicoterapeuta

http://www.supportopsicologico.org/articoli/dipendenza-affettiva-difficolta-relazionali.htm

martedì 25 ottobre 2011

DIARIO DI BORDO: IL VALORE DELL'ESPERIENZA A CONFRONTO

L’attività del gruppo G.A.D.A. si è sviluppata dallo scorso maggio, con incontri cadenzati ogni quindici giorni e con una crescente partecipazione da parte di nuovi  membri che hanno aderito all’iniziativa. Durante gli incontri si è andata rafforzando nel gruppo un’idea di appartenenza, di riconoscimento delle proprie problematiche attraverso la condivisione e attraverso l’essere parte di un insieme. La circolarità del gruppo, espressa nella comunicazione delle proprie esperienze in relazione alla tematica dipendenza affettiva e nella rappresentazione dei vissuti personali, ha favorito una presa di coscienza individuale che rappresenta il primo gradino nel percorso orientato alla ricerca del benessere e dell’equilibrio affettivo che i partecipanti del gruppo si sono dati come obiettivo sin dalle prime battute degli incontri iniziali.
L’esperienza al confronto permette al soggetto che espone un proprio vissuto di vedere la propria realtà, le proprie emozioni, con gli occhi di un altro e l’altro diventa significativo in quanto portatore della stessa esperienza e di una sofferenza condivisa. Rispecchiarsi nell’esperienza dell’altro conduce ad una comprensione emotiva della propria condizione, permettendo una decodifica più profonda di un vissuto emozionale. Spesso la possibilità del confronto con l’altro facilita una comprensione maggiore di una data situazione, vedere una propria realtà, raccontare una propria esperienza, consente al soggetto di distaccarsi dal proprio punto di vista e di guardare le cose da un’altra angolazione. Tutto ciò permette una migliore comprensione della propria realtà a livello cognitivo e laddove si condividono vissuti a forte carica emozionale il tempo della relazione si dilata, il contenuto esperito dall’altro diventa personale attraverso il come se, “ti comprendo e ti sono vicino” in quanto “ciò che vivi appartiene anche a me, mi risuona”.
La condivisione dell’esperienza attiva un duplice processo:
la destrutturazione e cioè il riconoscimento e la definizione del problema, la condivisione delle informazioni e la discussione di strategie di coping, la destigmatizzazione e cioè il tentativo di eliminare l’etichettamento sociale del problema,
la ristrutturazione e cioè tutte le attività orientate e finalizzate al raggiungimento di una nuova definizione di sé rispetto al problema e la messa in atto di nuovi stili di comportamento che incidono su un stile di vita più soddisfacente.
Il registro della comunicazione nel gruppo di auto aiuto ha la forza molteplice di più voci, che nel condividere l’esperienza e nel rimandare alla persona che elabora un suo vissuto, ha la funzione di contenere e mantenere il focus sulle emozioni. La forte carica affettiva, data dalla compartecipazione negli interventi, permette la comprensione emotiva del vissuto elaborato, facilitando, sia a chi porta la propria esperienza sia agli altri membri, una consapevolezza in primo luogo cognitiva (analisi dei fatti, cosa ho vissuto, cosa mi ha portato questa esperienza) e successivamente, una consapevolezza emotiva (contatto con le emozioni, come ho vissuto l’esperienza, come sono stato e come sto in questo momento).
L’interazione nel gruppo permette di acquisire nuovi strumenti conoscitivi che abilitano a leggere ed interpretare i problemi in modo nuovo. Queste nuove abilità conoscitive, di interpretazione del reale incrementano la creatività e l’autonoma soluzione dei problemi, rendendo il soggetto sempre più efficace nelle strategie di coping legate al tema dipendenza affettiva.
Angela Tosoni
G.A.D.A. Autoaiuto

venerdì 16 settembre 2011

TRATTI TIPICI DI UN DIPENDENTE

" [...] I tratti che caratterizzeranno l’individuo dipendente saranno, quindi: insicurezza nell'esplorazione del mondo, forte senso di colpa, convinzione di non essere amati, incapacità di sopportare distacchi prolungati nel tempo, ansia da abbandono, sfiducia nelle proprie risorse e capacità e fiducia, invece, in quelle altrui.
                
L
'individuo permetterà passivamente che gli altri dirigano la sua vita, evitando di fare richieste per paura di perdere queste relazioni considerate un vero e proprio rifugio. Tutto ciò comporta un’estrema dipendenza che si manifesta con la difficoltà a prendere delle decisioni importanti e soprattutto autonome. Detto individuo avrà necessità di continue ed ulteriori rassicurazioni da parte di persone per lui significative. Ci sarà una predisposizione alla depressione. 

L'individuo con personalità dipendente si sente inadeguato ed incapace di affrontare il mondo e la vita con le proprie forze. “L’energia deve venire dall’altro, da colui che funge da mediatore nel rapporto tra lui e l’ambiente” (G. Delisle, I disturbi di personalità, Sovera, 1992). 

Gli individui dipendenti solitamente cercano una o poche relazioni esclusive, sia con il partner che con gli amici, così da riprodurre quello schema comportamentale instauratosi nella fase post-natale. Soprattutto scelgono persone che sembrano in grado di affrontare la vita e che si possano prendere cura di loro. Si potrebbe dire che investono su queste figure di riferimento, affinché queste ultime si facciano carico delle responsabilità che altrimenti spetterebbero a loro in prima persona. Il soggetto dipendente pur di compiacere l'altro evita il conflitto ed ogni sorta di controversia per il timore dell’abbandono, rinnegando il proprio vero Sè.

Quando la relazione dipendente finisce, il soggetto molto probabilmente potrebbe sentire un sentimento di disgregazione con tendenza alla disperazione, come se una parte di sè fosse inevitabilmente andata persa e unico palliativo e soluzione sarà trovare subito una relazione sostitutiva per ristabilire il legame appunto dipendente, ossigeno indispensabile per la propria sopravvivenza.


La personalità dipendente, poi, è caratterizzata da uno stato di sottomissione e adesività. Sembrerebbe che nelle famiglie di detti soggetti ci sia un elevato controllo e una ridotta espressività di se stessi, del proprio modo di essere, di agire e di sperimentare. Nelle relazioni di coppia il soggetto con personalità dipendente, come abbiamo detto in precedenza, andrà a cercare quel legame simbiotico che aveva con la madre.

All’inizio del rapporto sarà l’ansia l’emozione fortemente sentita, tanta l’incertezza e la paura dell’abbandono che, conseguentemente, non favorirà né il proprio benessere nè quello dell’altro, emergendo modalità relazionali caratterizzate da un aggrapparsi ansioso, o da richieste eccessive. Ma anche dopo il consolidamento del rapporto stesso si avrà paura che l’altro non ricambi effettivamente il sentimento. Solo se quest’ultimo si assoggetterà ad una vicinanza costante, se verrà incorporato, potrà diminuire l’ansia invece percepita.

Come dice Antony Storr, incorporare un’altra persona “significa ingoiarla, sopraffarla e distruggerla; e quindi alla fine trattarla come se non fosse una persona completa. Identificarsi con un’altra persona significa perdere se stessi, immergere la propria identità in quella dell’altro, essere sopraffatti, e quindi trattare se stessi, infine, come una persona non completa” (M. James – D. Jongeward, Nati per vincere, Ed. San Paolo, Torino, 2005). Prevalente è anche l’ossessione dell’altro, la gelosia esasperata, frutto di forte insicurezza verso se stessi e gli altri, e l’ossessività.                                                                              

Questo rapporto simbiotico nell’interruzione del ciclo del contatto gestaltico corrisponde alla confluenza, cioè quando due persone fondono tra di loro sentimenti, atteggiamenti e credenze, senza capire quali sono i rispettivi confini e dove differiscono. Sono una cosa sola, una sola persona. Tutto questo è sano in un rapporto sentimentale durante l’unione amorosa, ma diventa disfunzionale quando poi a questa simbiosi non addiviene un ritiro fertile, dove “masticare ed assimilare” (E. Giusti – V. Rosa, Psicoterapie della Gestalt – Integrazione dell’evoluzione pluralistica, A.S.P.I.C. Edizioni Scientifiche, Roma, 2002) l’esperienza appena vissuta e riconquistare il proprio confine e la propria identità.

Non è sano costruire la nostra vita attorno ai bisogni dell’altro, sacrificare la spinta vitale, l’autonomia e la crescita personale per ricevere in cambio protezione, l’affetto non va scambiato con il bisogno. Quando questo è simbiotico ci limita e ci mantiene in una condizione di immaturità e di insicurezza cronica generando insofferenza".

 
                                                          Articolo tratto da www.artcounseling.it

mercoledì 13 luglio 2011

AMORE PERFETTO, RELAZIONI IMPERFETTE

"Ciascuno di noi si porta dentro dei timori e delle paure riguardo all’amare e all’essere amati. Queste paure possono esser nate in ambito familiare o in esperienze negative. Le nostre prime delusioni hanno creato in noi dei meccanismi di difesa per cui da quel momento in poi le future esperienze saranno tutte filtrate da queste “maschere” e sempre meno naturali, o in linea con il nostro più profondo sentire. A quel punto “non importa quanto profondamente ci possiamo innamorare di qualcuno, di rado superiamo il nostro timore e la nostra diffidenza molto a lungo.” Infatti quanto più una persona ci illumina, ci fa sentire speciali e bene, più le nostre paure si fanno grandi e intense. Con queste problematiche irrisolte non saremo mai in grado di godere appieno dell’amore di una persona e di conseguenza non potremo amare come vorremmo e potremmo. Come procedere?

Innanzitutto due parole su cosa aspettarci dall’amore. Due persone che si amano hanno ciascuno i propri bisogni, i propri sogni e le proprie aspettative. Quindi i momenti gioiosi di pura sintonia non ci potranno essere costantemente, perché ognuno segue inevitabilmente le proprie leggi interiori e non possiamo aspettarci che l’altro sia costantemente in sintonia con noi. “E’ inevitabile perdere sincronia con la persona amata poiché entrambi, in momenti diversi, vogliamo invariabilmente cose diverse – dal partner e dalla vita.” Richiedere che il partner ci capisca sempre è “una richiesta assurda poiché parte dal presupposto che gli altri dovrebbero costantemente adattare il loro modo d’amare in maniera da farlo coincidere con il nostro”.

Magari a volte potremmo volere, per paura dell’abbandono, delle certezze e un impegno verbale in più e questo genererebbe in noi una maggiore tranquillità. Ma magari così facendo potremmo mettere sotto pressione il partner che invece si sentirebbe più amato quando gli si viene lasciato più spazio. Pertanto se ci aspettiamo che ci ami esattamente come vogliamo, questo può indurlo a ritrarsi amplificando le nostre paure.

Spesso, nonostante tutta la buona volontà, due partner non fanno che amplificare costantemente le proprie paure. E’ nella natura delle cose che in un rapporto a due dopo un avvicinamento ci sia un allontanamento, non è in sé indice di problemi nascosti. Inoltre pensare che l’unica fonte d’amore possa essere il nostro partner può portare gravi problemi. Magari “quando il rapporto non riesce a produrre l’amore ideale che sognamo, immaginiamo che qualche cosa sia andato veramente storto”, niente di più sbagliato. Il vero amore puro può esserci quando ciascuno dei due partner ha “fatto pace” con sé stesso e instaura una relazione in cui i due sanno apprezzarsi e gradire la reciproca compagnia fra le loro differenze e i cambiamenti che stanno attraversando".


                                                                                                                                        John Welwood

mercoledì 29 giugno 2011

DIPENDENTE AFFETTIVO, SI', MA DI QUALE TIPO?

Dipendente Affettivo Ossessivo
Gli OLA (Obsessed Love Addicts) non riescono a lasciar andare il partner, neanche se questi è: non disponibile, a livello emotivo o sessuale, impaurito di impegnarsi, incapace di comunicare, non amorevole, distante, abusivo, indagatore e dittatoriale, egocentrico, egoista, dipendente da qualcosa al di fuori della relazione (hobbies, droghe, alcohol, sesso, un'altra persona, il gioco d'azzardo, lo shopping compulsivo, etc)…

Dipendente Affettivo Codipendente
CLA (Codependent Love Addicts) sono i più ampiamente riconosciuti. Rappresentano un profilo particolarmente comune. Molti di loro soffrono di scarsa autostima ed hanno un modo di pensare, sentire e comportarsi, in certo modo, prevedibile.
Ciò significa che da una condizione di insicurezza e bassa autostima cercano disperatamente di rimanere attaccati alla persona da cui sono dipendenti, manifestando un comportamento codipendente. Questo include: essere permissivi, aiutare, prendersi cura del partner, esercitare un controllo passivo – aggressivo ed accettazione di abbandono ed abusi. In generale, i CLA faranno di tutto per “prendersi cura” dei loro partner nella speranza di non essere lasciati o di essere un giorno ricambiati.

Dipendenti dalla Relazione
Gli RA (Relationship Addicts), a differenza degli altri dipendenti affettivi, non sono più innamorati dei loro partners ma sono incapaci di lasciarli andare, di rinunciare. Solitamente sono così infelici che la loro relazione mina la loro salute, il loro spirito e benessere emotivo.
Anche nel caso in cui i loro partners li picchino o sappiano di essere in pericolo, essi sono incapaci di rinunciare al rapporto. Hanno il terrore di rimanere soli. Hanno paura del cambiamento. Non vogliono ferire o abbandonare i loro partners. Tutto ciò può essere descritto come: “Ti odio, non lasciarmi”.

Dipendenti Affettivi Narcisisti
Gli NLA (Narcissistic Love Addicts) utilizzano il dominare l'altro, la seduzione ed il trattenere l'altro per controllare i propri partners. A differenza dei codipendenti, che sono disposti a tollerare un notevole disagio, i narcisisti non accondiscendono a nulla che possa interferire con la loro felicità.
Sono assorbiti da se stessi e la loro bassa autostima è mascherata dalla loro grandiosità. Inoltre, piuttosto che essere ossessionati dalla relazione, gli NLA appaiono distaccati ed indifferenti. Non sembrano affatto essere dipendenti. Raramente ci si può accorgere che gli NLA siano dipendenti finché il partner non cerca di lasciarli. Allora non saranno più distaccati ed indifferenti. Entreranno in uno stato di panico ed useranno qualsiasi mezzo a loro disposizione per protrarre la relazione, incluso l'uso di violenza.
Molti psicologi hanno rifiutato l'idea che i narcisisti possano essere dipendenti affettivi. Può darsi ciò sia avvenuto perché raramente i narcisisti ricercano un trattamento terapeutico. Tuttavia, se mai capiti di poter vedere come molti narcisisti reagiscono all'abbandono, temuto o reale, ci si accorgerà che certamente essi presentano le caratteristiche del dipendente affettivo.

Dipendenti Affettivi Ambivalenti
Gli ALA (Ambivalent Love Addicts) soffrono di un disturbo di personalità evitante. Non hanno particolari problemi a lasciar andare il partner, hanno invece molti problemi ad andare avanti. Bramano disperatamente l'amore ma allo stesso tempo sono terrorizzati dall'intimità. Questa combinazione di tendenze è agonizzante.
Gli ALA sono a loro volta divisibili in categorie:

Torch Bearers (portatori di una fiamma) sono ALA che sono ossessionati da persone non disponibili. Ciò può avvenire senza che questi compiano alcuna azione (soffrire in silenzio) oppure con la ricerca di contatto con la persona amata.
Alcuni Torch Bearers sono più dipendenti di altri. Questo tipo di dipendenza si nutre di fantasie ed illusioni. E' anche conosciuta come “amore non corrisposto”.

Sabotatori sono ALA che distruggono le relazioni quando queste cominciano a diventare serie o in qualsiasi momento venga percepita la paura dell'intimità. Ciò può accadere in qualunque momento, prima del primo appuntamento, dopo il primo appuntamento, dopo il rapporto sessuale, dopo che si sia manifestato il timore dell'impegno.

Seduttori Rifiutanti (Seductive Withholders) sono degli ALA che ricercano una persona quando desiderano un rapporto sessuale o compagnia. Quando si sentono impauriti o in pericolo cominciano a rifiutare compagnia, sesso, affetto, qualsiasi cosa li renda ansiosi. Se lasciano la relazione sono soltanto Sabotatori. Se invece continuano a ripetere il modello disponibile/non disponibile sono Seduttori Rifiutanti.

Dipendenti Romantici sono ALA che dipendono da più partners. A differenza dei dipendenti dal sesso, i quali cercano di evitare del tutto il legame, i Dipendenti romantici si legano ad ognuno dei loro partners, in grado diverso, anche se i legami romantici sono brevi ed avvengono simultaneamente.
Con “romantica” intendo una passione sessuale ed una pseudo intimità emozionale. Da notare che, sebbene i Dipendenti romantici si leghino a ciascuno dei propri partners, in vario grado, il loro scopo, insieme alla ricerca dell'intensità del romance e del dramma, è di evitare l'impegno ed il legame su di un piano più profondo con il partner. Spesso i Dipendenti romantici vengono confusi con i Dipendenti dal sesso.

Nota sui Dipendenti Affettivi Ambivalenti:
Non tutti gli evitanti sono dipendenti affettivi. Se si accetta la propria paura dell'intimità e delle interazioni sociali e non ci si lascia attrarre da persone non disponibili o semplicemente si crea un piccolo cerchio sociale, non si è necessariamente dei Dipendenti Affettivi Ambivalenti.
Ma se ci si strugge, anno dopo anno, su di una persona non disponibile o si tende a sabotare una relazione dopo l'altra o si hanno relazioni romantiche occasionali seriali o si avverte la vicinanza solo con un altro evitante, allora si può parlare di Dipendenti Affettivi Ambivalenti.

Combinazioni
Si può scoprire di soffrire di più di un tipo di dipendenza affettiva. Molte di queste categorie si sovrappongono o combinano con altri problemi comportamentali. Per esempio si può avere il caso del codipendente, alcolista, dipendente affettivo. Oppure di un Dipendente Affettivo/Relazionale.
La cosa più importante è identificare il proprio profilo personale per sapere con che cosa ci si stia confrontando.

                                                             
                                         
            SusanPeabody (http://brightertomorrow.net/index.html)